
Pellicole per alimenti, sacchetti di biscotti, bottiglie dell’acqua, vaschette delle yogurt... La lista dei film plastici che la famiglia tipo porta ogni giorno in casa dopo aver fatto la spesa.
E se andiamo a tirare due conti si vedrà che 100 mila lire di acquisti equivalgono a due chilogrammi di plastica. Se, poi, tracciamo il bilancio di fine mese l’imballaggio arriverà a toccare quota dodici chilogrammi. E se moltiplichiamo per milioni di famiglie le cifre salgono vertiginosamente, indicando che occorre iniziare a preoccuparsi seriamente del fenomeno.
Prima di tutto per l’inquinamento ambientale e le difficoltà di riciclo, poi per il fatto che alcune componenti, come il Pvc, possono scatenare non poche patologie a carico degli ignari consumatori.
“Il trionfo della plastica, a partire dal primo dopoguerra - puntualizza Andrea Masullo, responsabile rifiuti del Wwf - sta ad indicare che l’aspetto ambientale del problema è stato assurdamente sottovalutato. Basti pensare che di plastica ce ne sono addirittura 50 tipi e che il recupero ha successo solo se si è in grado di separare le diverse tipologie e se dalla plastica usa e getta si passa a quella riciclabile”.
Ma cos’è un imballaggio?
In genere sono suddivisi in tre categorie. I primari cioè quelli destinati alla vendita al dettaglio di quei prodotti che dall’originaria funzione protettiva sono diventati autentici oggetti di moda. I secondari impiegati durante la distribuzione delle merci, per raggruppare più unità di prodotto (ad esempio la pellicola che veste le bottiglie di plastica).
I terziari, che entrano poco a contatto con il consumatore, sono invece destinati al trasporto di notevoli quantità di merce.
Nel mondo la produzione complessiva è valutata intorno agli 863 miliardi di lire con gli Stati Uniti leader indiscussi (30%) del settore e l’Europa occidentale al posto d’onore (19%).
Se l’abito cede molecole
Differenziare e riciclare va bene. Ma c’è un aspetto ben più grave: su alcuni tipi di pellicole, quelle che avvolgono i cibi in cucina, pende l’accusa di essere pericoloso per l’organismo visto che racchiude i micidiali ftalati, additivi utilizzati per rendere il film plastico elastico e dunque più commerciabile.
Ma perché ce l’abbiamo tanto con gli ftalati? Presto detto: a leggere i risultati di numerose ricerche sono responsabili di alterazioni ormonali, riduzione della fertilità maschile, malformazioni a livello fetale e bioaccumulo ai danni di fegato e reni. Ci sono addirittura dati che risalgono già al lontano 1971: i laboratori dell’Istituto oncologico di Bologna avviarono un progetto a lungo termine per conoscere approfonditamente gli effetti di questa sostanza. Dopo 12 anni la conclusione: il monocloruro di vinile è un cancerogeno multipotenziale, cioè capace di colpire organi diversi e di sviluppare una varietà di tumori.
I test per verificare se i materiali usati per i contenitori cedono molecole nocive ai cibi che ricoprono non sono effettuate direttamente su formaggi o yogurt ma ricorrendo a “solventi” che simulano il loro comportamento chimico. I solventi sono messi a contatto con il contenitore incriminato alla temperatura stabilita e per un periodo che è al massimo di dieci giorni. A questo punto, ricorrendo a diverse tecniche, si misura la quantità totale di molecole che dal contenitore passano al solvente. E letti i risultati non c'e da stare allegri.
Eliminare i rischi
Proprio per questo i Verdi hanno ingaggiato una guerra totale contro il Pvc. La battaglia è stata già vinta per quanto riguarda la costruzione dei giocattoli. I genitori italiani possono tirare un sospiro di sollievo, perché i giocattoli di plastica al Pvc morbido, non rappresenteranno un pericolo per i loro bambini.
Il ministro dell’Industria ha infatti varato il decreto che mette al bando i giocattoli che contengono oltre lo 0,05 per cento in peso di uno o più ftalati, cioè gli elementi chimici ammorbidenti del Pvc, di solito adoperati per i giocattoli che i bambini mettono in bocca.
I piccini assorbono, così, una quantità non trascurabile di ftalati succhiando dai ciucciotti e dai massaggia-gengive.
Ora, però, hanno detto basta anche i supermercati della Coop sparsi lungo tutta la Penisola. Niente ftalati per le confezioni della gastronomia fatte a mano, e nei prossimi mesi saranno banditi anche da quelle realizzate a macchina (per quest’ultime bisognerà attendere che i produttori sostituiscano i macchinari).
Conclusione?
D’ora in avanti, per i prodotti a marchio Coop sarà utilizzata solo una pellicola in Pet (Polietilene) che non presenta gli stessi inconvenienti.
“Anche se è vero che il rilascio degli ftalati nei cibi si verifica solo quando entrano a contatto con sostanze grasse, animali o vegetali, e alcoliche - ricorda il coordinatore nazionale dei Verdi Onufrio, testimonial della campagna lanciata dalla Coop - il pericolo deve toccare quota zero perché i riscontri scientifici della tossicità del Pvc sono noti da tempo agli organi competenti”.
E in effetti, già a partire dallo scorso maggio un decreto ha abbassato al 5% la presenza degli ftalati nelle derrate alimentari, e si sta lavorando alla loro messa al bando totale. Una unica incertezza sui tempi: c’è da decidere se è il caso di ritirare immediatamente dal mercato i prodotti con Pvc, come pretendono i Verdi, o se è necessario dare il tempo a tutte le ditte di esaurire le scorte come richiede il ministro della Sanità Rosy Bindi.
In ogni caso la pellicola a marchio Coop è già in vendita da qualche mese e sulla confezione c’è scritto: “senza Pvc”.
I risultati?
Sono stati incoraggianti. “I consumatori hanno risposto oltre ogni aspettativa - dicono alla Coop - tant’è che non hanno dimostrato alcun tipo di diffidenza per l’innovazione, segno che sono molto più sensibili di quanto si potesse immaginare”.
Tutto bene, dunque? No di certo: perché la rivoluzione sia totale l’esempio della Coop dovrà essere seguito dalle altre grandi catene distributive.
In attesa della totale messa al bando del Pvc cosa è possibile fare per abbassare ulteriormente i rischi di contaminazione da materie plastiche, dato che non è sufficiente la semplice lettura delle etichette? Intanto si può ridurre il periodo di contatto fra plastica e alimenti, togliendoli dalle confezioni immediatamente dopo l’acquisto, riponendoli in contenitori di vetro, ricorrendo a film sigillanti badando che non entrino a contatto con i cibi.
Poi, dare la preferenza a prodotti non rivestiti di plastica: ad esempio è importante per le bevande, i grassi e gli oli in genere. Tanto più per frutta e verdura.
Per migliorare la conservazione degli ortaggi in frigorifero, il tradizionale film di plastica può essere sostituito con efficacia da un canovaccio appena inumidito.
Lo stesso si può fare per i formaggi. In questo modo si evita la disidratazione degli alimenti allontanando allo stesso tempo ogni rischio di contaminazione.
Inoltre, vale la pena ricordare di non lasciare al sole o in prossimità di fonti di calore bottiglie e simili: la plastica risente della temperatua e più è alta più quest’ultima cede molecole.
Infine sarebbe consigliabile verificare quanto tempo è passato dal momento in cui è stato confezionato il prodotto. Quello che è un semplicissimo accorgimento non è però sempre attuabile perché spesso sulle etichette non c’è la data di confezionamento accanto a quella di scadenza.