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Racconti Birmani
03/12/2006 - Amerigo Sivelli, Foto di Michele Sivelli
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Alle cinque del mattino il fiume Irrawaddy pare una pantera scura e silenziosa. La barca su cui viaggiamo scivola lenta, il motore tossisce

Lungo il corso del fiume a nord di Pagan, sembrerebbe non esserci nessuno. Invece qualche fuoco sorseggia in silenzio l’aria buia, sulle rive. Uno, due... un altro ancora, altri tre... I fuochi masticano, fumano, serpeggiano e sembrano accesi fin dai primordî del mondo o, piuttosto, essere stati loro ad accendere il mondo. Lentamente il sole cresce all’orizzonte, alitando luce e schiarendo le tonalità del mondo: l’Irrawaddy si fa verde marcio, il cielo un po’ meno distante, le rive prendono forma, i fuochi chetano il loro animo antico. Fra Pagan e Mandalay Sull’eclittica, poco sopra al sole, scintilla instancabile Venere, pura, luminosa. Poi l’Irrawaddy incomincia a fumare pensoso: rigurgita banchi di nebbia, li stende piano su di sé e, nascondendosi, vi s’addormenta sotto. Le barche dei pescatori, in perfetta simbiosi con l’anima del fiume, fuggono gli sguardi e si incorniciano del suo alito bianco. Con il fiume vanno poi, segretamente, sognando. Sulle rive, rade capanne: timide, spoglie, gelide, spaventate, solitarie. I pescatori paiono partoriti dall'acqua: pochi salutano, molti guardano senza vedere. 

Tutto quanto è muto, ma con un bisbiglio continuo, sottile, impalpabile, che spalanca un’altra dimensione. Il sole spunta dalla nebbia, la divora con voluttà e, roseo, incomincia a tingere dei suoi colori l’Irrawaddy, senza mai svegliarlo. Un rito sempre più miracoloso e divino. Tutto il giorno rolla sull’Irrawaddy, che lento si snoda, addentando ora l’una, ora l’altra sponda. Il fiume ruba e regala terra fertile da coltivare agli sparuti villaggi che spiano dall’ombra la barca. E poi, nel suo caotico benvenuto, la città di Mandalay. Mandalay perennemente lontana. Mandalay che pure a Mandalay cerca se stessa e non vi si trova. Mandalay: strade larghe, piumate ai lati da verde erba che si agita al passaggio delle mazda turchesi e dei trisciò. Mandalay è una specie di idea: un’idea ampia e spaziosa, sciolta e introvabile, che si distacca dall’immagine con cui la mente tenta costantemente di concepirla. Mandalay ha mutato in vivacità la silenziosità fluviale, ma una vivacità sinuosa, inafferrabile. Vista dall’alto della sua collina, Mandalay non esiste, perché è totalmente risucchiata dal verde degli alberi delle sue strade larghe. Lì i bambini giocano senza nulla, felici di essere al mondo. Sotto a questa coperta di verde si avverte una vita, un brulicare segreto, sotterraneo, che sfuggirebbe a chiunque non soffermasse un poco lo sguardo. Io lo soffermo quanto posso. Mandalay ha un effetto vagamente allucinogeno. A nord di Mandalay Strilla. Strilla e urla: è un piccolo bambino a cui la giovane mamma tira giù i pantaloni per farlo ridere. E lui ride: ridono insieme. Finalmente si stendono, ma il piccolo ha ancora voglia di giocare e così tormenta la mamma. A fianco di loro due, si stende una trincea di sacchi bianchi coperti di ideogrammi cinesi, taniche, borse di plastica, caschi di banane. A di là di questa trincea, proprio dietro di me, siede un uomo incatenato. Sembra uscito dal fumetto che è intento a leggere: silenzioso, la testa rasata. 

Accanto vigila, non più felice di lui, un diligente militare: chissà dove lo sta portando. Forse a trasportare del tek in un qualche campo di lavoro al confine con la Cina. Il prigioniero dorme, rannicchiato, coprendosi con una coperta dai colori vivaci ma slavati. Di tanto in tanto si alza, si siede nello stesso spazio in cui poco prima riusciva ad essere coricato, fuma e sfoglia il fumetto. Ovviamente alternando le due azioni, perché le mani legate non permettono molta ampiezza nella coordinazione degli arti. Poi altri pacchi, ciabatte, sacchi, scatole accatastati, impilati e incastrati per far sì che occupino meno spazio possibile. Oltre dormicchiano alcuni giovani militari, diretti chissà dove, venuti da chissà quali villaggi, poi costretti ad entrare nel Tatmadaw, l’esercito. Al loro fianco due enormi e luccicanti civette portafortuna mi osservano con i loro profondi occhi neri. 
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