Oltre ventisette tonnellate di isocianato di metile (MIC) sono fuoruscite dagli impianti che la Union Carbide India Limited utilizza per produrre pesticidi. La fabbrica ha sei sistemi di sicurezza, ma nessuno è rimasto in funzione. Il gas si diffonde rapidamente nella zona: le conseguenze sono devastanti. Oltre mezzo milione di persone viene colpito, circa 20.000 moriranno in seguito, 120.000 conservano tuttora malattie derivate dalla tragedia: cancro, cecità, difficoltà respiratorie, disturbi ginecologici.
La filiale indiana della Union Carbide è stata aperta negli anni Settanta, quando si pensava che l’agricoltura locale avrebbe assorbito grosse quantità di pesticidi. Le cose sono andate diversamente: i contadini indiani, impegnati a combattere la siccità e le inondazioni, non potevano acquistare i prodotti della multinazionale.
All’inizio degli anni Ottanta la Union Carbide è stata quindi costretta a cessare la produzione, ma nel suo stabilimento sono rimasti grandi quantità di materiale tossico. Fra il 1981 e il 1982 un operaio è morto e altri sono rimasti gravemente danneggiati da alcune fughe di gas. La storia Il lungo iter giuridico che si consuma fra il 1985 e il 1994 si rivela improduttivo. Nel 1991 il governo locale di Bhopal accusa di strage Warren Anderson, direttore generale della Union Carbide al tempo del disastro. Il funzionario, comunque, non verrà mai processato da un tribunale indiano. Per molti anni si rende irreperibile, ma nel 2002 Greenpeace riuscirà a trovarlo, nascosto in una remota località degli Stati Uniti. Ma né il governo indiano né quello americano vogliono estradarlo. Anche la Union Carbide viene accusata di omicidio colposo, ma né Anderson né altri funzionari della multinazionale compariranno mai davanti a un tribunale indiano. Nel 1999 un'analisi delle acque limitrofe rivela che la presenza di mercurio è ancora altissima: da 20 mila a 6 milioni di volte rispetto alla norma. Nello stesso anno la Union Carbide viene acquistata per 9, 3 miliardi di dollari dalla Dow Chemical, una multinazionale americana, che rifiuterà di bonificare la zone e di risarcire le vittime.
Numerosi studi realizzati negli anni successivi dimostrano che la Union Carbide era sempre stata a conoscenza dei rischi connessi alla produzione di pesticidi. Come se questo non bastasse, la compagnia non ha mai cercato di circoscrivere la contaminazione, ma ha continuato a sostenere che l’acqua dei pozzi locali fosse potabile. Per le vittime di Bhopal Con il passare degli anni si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà con le vittime della tragedia. L'organismo più importante è l'International Campaign for Justice in Bhopal (www.bhopal.net), una federazione di associazioni alla quale aderiscono anche alcuni sopravvissuti. La struttura si batte fra l'altro affinchè la Dow Chemical risarcisca adeguatamente le vittime; chiede che vengano realizzate analisi approfondite sulle loro condizioni fisiche; vuole costringere la Dow Chemical a bonificare la zona contaminata.
Anche Greenpeace si è occupata costantemente della vicenda. Nel 2002 l’organizzazione ecologista ha inviato il fotografo Raghu Rai a Bhopal affinchè documentasse la tragedia dei sopravvissuti. L'esperienza è raccolta nella mostra Exposure: Portrait of a Corporate Crime (della quale pubblichiamo alcune foto). Un crimine che a tutt’oggi rimane impunito: Warren Anderson è latitante, mentre le vittime di Bhopal, come quelle di Seveso o di Porto Marghera, aspettano ancora giustizia. Dedicato alle vittime di Bhopal La tragedia di Bhopal ha trovato ampia eco nelle discipline più diversi, dalla letteratura al teatro, dal cinema alla alla musica. Bhopal Express (1999), diretto da Mahesh Mathai, è l'unico lungometraggio dedicato al tragico incidente. Apertamento schierato, il film ricostruisce gli avvenimenti che portano al disastro soffermandosi anche sulle sue conseguenze.