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Povertà urbana, ricchezza rurale
06/07/2010 - Gianni Verdoliva
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In molti centri urbani, in particolare nelle grandi metropoli, in numero importante di persone vive in condizioni di povertà quando non di povertà estrema. Le attuali politiche improntate al liberismo economico sfrenato ed al libero mercato producono un numero sempre maggiore di esclusi che si trovano a condurre esistenze senza speranza e non dignitose. I vari programmi sociali delle amministrazioni locali, per quanto lodevoli, riescono solo in parte ad arginare il fenomeno e parecchi individui e famiglie si trovano a vivere come assistiti.

Di contrasto, molte zone rurali si stanno spopolando ed esistono parecchi centri abitati in cui la popolazione è ridotta a poche centinaia se non addiruttura poche decine di persone, quando non meno ancora. Tra costoro la maggioranza è composto da anziani ed il ricambio generazionale è pressochè inesistente. Questo significa la futura morte dei piccoli centri, con tutto quello che ne consegue.
Quello che propongo è, partendo da un progetto pilota da effettuare in una o due province, selezionore delle persone che si trovano in situazioni di povertà, escludendo le situazioni estreme o coloro che per votivi legati alla droga, alla criminalità o alla malattia mentale, non possono, per ovvi motivi, essere propositivi e accompagnare il loro trasferimento nei centri rurali più piccoli.
Esistono diverse case abitabili, abbandonate o mai occupate se non intere frazioni fantasma che potrebbero accogliere una parte di persone provenienti dai centri urbani.

Ovviamente tale trasferimento può essere possibile solo con un precedente lavoro di sensibilizzazione dei locali abitanti che non devono in alcun modo sentirsi minacciati dai nuovi venuti la cui presenza invece, può addirittura costituire un arricchimento. Laddove possibile, tra l'altro, può esssere data la precedenza a coloro che hanno anche lontane origini del luogo o almeno della zona rurale in questione, senza che questo aspetto però costituisca una discriminante.

Non si tratta certo di trasferire delle persone in zone rurali a far nulla tutto il giorno e ad essere assistiti nè, al contempo, a fare da schiavi agli altri. Coloro che, volontariamente, sono disponibili a lasciare la città, troveranno un posto dignitoso in cui vivere, cibo e vestiti in cambio di attività varie come: fare la spesa per gli anziani, distribuire la posta, andare a fare commissioni e/o prendere medicine, aiutare la coltivazione di orti e giardini, dare una mano nelle faccende domestiche e/o cucinare, aiutare locali attività artigianali o di pastorizia, curare i terreni ed i boschi circostanti, aiutare locali produzioni agroalimentari, sistemare abitazioni che necessitano di manutenzione, curare terreni e fiumi circostanti per evitare pericoli di frane, etc, etc. A seconda delle abilità e delle competenze ogni persona nuova può dare il contributo a rivitalizzare il luogo di arrivo e fare in modo che le attività ed i saperi non vadano perduti.

Inoltre, tramite dei corsi ad hoc, chi arriva può contribuire, tramite un'acquisita competenza in materia, a rendere totalmente o almeno parzialmente il posto indipendente dal punto di vista energetico, tramite la messa di opera di tecnologie legate alle energie alternative.

Chi arriva può cosi' ripartire da zero e rifarsi una nuova vita e gli abitanti locali possono avere aiuto per andare avanti nel miglior modo possibile.

Ovviamente non sempre e non ovunque questo può essere possibile ed occorre sempre ricalibrare il lavoro di accompagnamento con la massima attenzione. Il tutto all'interno di un'ottica laica ed improntata alle pari opportunità tra uomo e donna.

Chi avesse interesse ad approfondire la questione può contattarmi tramite il mio sito www.gianniverdoliva.it
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I VOSTRI COMMENTI:
  • 24/08/2010 - Brunella

  • Avrei molto da dire al proposito, e sono molto interessata. Te ne
    scriverò solo qualche ragione...

    Ho 49anni, e ho lavorato sino a un anno fa circa nel settore costumi
    teatro-tv (sporadicamente anche moda e pubblicità), sempre con
    contratti a termine e collaborazioni free-lance; poi per varie ragioni,
    un po' un problema alla spalla che mi ha bloccato, un pò per la crisi
    che c'è anche nel mio settore, ho cominciato ad avere sempre meno
    lavoro. Da qui tutta una serie di problemi; non mi ritengo "povera", ma
    ho ridotto le mie esigenze (già limitate prima).

    Insomma ho fatto (e continuo a farlo) esperienza di cosa vuol dire
    sentirsi "scaricati" da un sistema prevalentamente produttivo; sono
    scesa dalla ruota del criceto...

    Questo ha comportato tutta una serie di consapevolezze personali e di
    relazione con l'ambiente che ho intorno, che non ti sto qui a
    raccontare, e ho cercato di attivarmi poi per cercare soluzioni
    alternative per non dover rientrare più nel vecchio schema produttivo
    (che tra l'altro pare non avere più bisogno di me)

    Ho provato a contattare qualche ecovillaggio, ma non essendo più
    giovanissima, ho desisistito, e ho visto che anche lì non è facile
    trovare qualche soluzione, sopratutto per una persona sola e non in
    proprio in formissima...

    Così, pare che la soluzione sia attendere un qualche aiuto sociale (che
    tristezza...), imprigionati in una città invivibile e in un progetto di
    vita inutile.

    Per questo sono tanto interessata a tutto ciò che ho letto nella tua
    lettera al giornale, e vorrei in qualche modo non farlo rimanere solo
    la lettura una lettura interessante... non so in che modo francamente...

    grazie,

    Brunella


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