PURA VIDA... e altri racconti raminghi
di Andrea Bizzocchi
Terra Nuova Edizioni
cod. EA057 - pp. 134 - € 11.00
(prezzo per gli abbonati alla rivista € 9.90)
Alvaro Acevedo Lòpez
Ritornai a Tilarán cambiando bus all’affollatissimo terminal di Liberia. Mi era venuto il sospetto che i vicini avessero spostato i pali di cemento del confine recintando a loro vantaggio e avevo preso appuntamento con il topografo per rimisurare la proprietà. Al cambio di Cañas persi il bus e contrattai per seimila colones un passaggio fino a Tilarán. Durante il tragitto venne fuori che Alvaro Acevedo Lòpez, il tassista, aveva vissuto a El Chorilllo, il quartiere di Panama City preso d’assalto e bombardato da Bush sr. nel 1989 durante la cattura di Noriega.
Alvaro Acevedo Lòpez mi raccontò cose terrificanti: famiglie che tentavano di fuggire e case sventrate dalle bombe che cadevano dall’alto. Un intero barrio di oltre trentamila persone messo a ferro e fuoco dall’ennesima, ridicola, invenzione americana. L’obiettivo era la cattura dell’allora presidente Noriega, propagandato come il principale responsabile dei problemi di droga dei ragazzi americani. Eliminato lui, a sentire televisioni e giornali – ah, l’informazione! – che battevano la grancassa per le parole di Bush padre, i figli dell’America sarebbero stati salvi. Alvaro Acevedo Lòpez non era ovviamente dello stesso avviso e definiva gli Stati Uniti “i principali responsabili di tutte le guerre, le invasioni, i colpi di Stato, gli insediamenti di dittature e le applicazioni di embarghi feroci, almeno dalla seconda guerra mondiale in poi. Il mondo ha un sacco di problemi ma l’America è il problema peggiore”. Nella mezz’ora che impiegammo ad arrivare a destinazione era talmente preso dal suo racconto (un altro bel personaggio afflitto da “sindrome dello sfogo”) che non mi fu possibile dire quasi nulla. Mi riuscì solo di domandargli se avrebbe mai dimenticato. Mi disse: “No, non dimenticherò mai. Perché non si può cancellare la memoria di vecchi, donne e bambini che saltano per aria”.
Gli dissi allora che se il mondo aveva una possibilità di smetterla con le guerre, bisognava iniziare a dimenticare e perdonare, bisognava avere la forza e il coraggio di ripartire da zero. Mi rispose che “le guerre non ci sono perché i popoli (che non le chiedono mai ma le subiscono sempre) non dimenticano e non perdonano, ma per gli interessi dei potenti e dei governi”. Aveva ragione lui ed io non aggiunsi altro. Ma Alvaro Acevedo Lòpez non aveva finito. Prima mi disse che dovevo assolutamente procurarmi un documentario, La deception de Panamà.
Poi mi domandò perché tutti parlano dell’11 settembre e nessuno della distruzione di El Chorrillo. La domanda, va da sé, era retorica, ma riflettendo su quell’incontro e su ciò che il tassista mi aveva raccontato, ebbi l’ennesima conferma che in una società che vive di media come la nostra, la realtà è solo quella che ci viene raccontata. Se un fatto non compare, nonostante i morti e la distruzione, il fatto, per noi, semplicemente non esiste. La nostra mente, le nostre idee, le dinamiche da cui prendono forma i nostri ragionamenti si formano su ciò che ci viene dato in pasto. Noi non conosciamo la realtà, bensì una sua parzialissima rappresentazione nel migliore dei casi.
Alexander Araya Alfaro
Il topografo rifece tutte le misurazioni e così scoprimmo che il vicino aveva effettivamente spostato i pali di cemento del confine appropriandosi indebitamente di 217 mq della mia terra; non molto ma pur sempre quasi il 10 per cento del totale. Se non si reclama entro un anno si corre il rischio che la proprietà passi… di proprietà. Il topografo si mise a ridere ma non voleva prendersi nessuna responsabilità. “È una prassi comune. Comunque chiama il tuo avvocato. Ti dirà lui cosa fare”, mi disse.
Chiamai l’avvocato a San José il quale si mise a ridere così come il topografo. “Risposta il confine e vedrai che la storia finisce lì”, mi disse. “Se sanno che la terra è controllata non ci riprovano. Del resto succede sempre con gli stranieri arrivati da poco”, aggiunse forse per consolarmi. Mi ritrovai così con due giornate di lavoro imprevisto per rispostare tutti i pali.
Il topografo, Alexander Araya Alfaro, aveva la mia età. Notai che ogni pochi minuti si piegava sulle ginocchia e gli domandai cosa avesse. Mi disse che soffriva di mal di schiena da circa un anno. Si era fatto visitare da diversi dottori che però non avevano risolto il suo problema, fino a che un agopunturista intuì che era causato dalla tensione nervosa, dallo stress. I suoi ritmi, mi disse, non erano più quelli di una volta. Lo chiamavano a tutte le ore del giorno e della notte e lui non poteva tirarsi indietro.
Fino a pochi anni fa i ritmi del topografo Araya e in generale di questa gente erano tranquilli. Lavorava, ma senza alcuna pressione. La giornata iniziava tardi e finiva presto e soprattutto aveva sempre tempo per chiacchierare con il poliziotto del paese, per bere qualcosa con il tassista, per accettare un invito a pranzo da parte di qualche amico incontrato all’ultimo momento. Oggi invece è impegnato dal mattino presto alla sera tardi ed è sempre di fretta, con sempre minor tempo per sé e per la famiglia e per i rapporti con gli altri. La qualità della nostra vita è data in gran parte dalle relazioni interpersonali e se queste vengono meno viene meno anch’essa. Anche il topografo Alexander Araya Alfaro, nel suo piccolissimo, era vittima dello “sviluppo”.
Testo tratto da pagina 68 e seguenti del libro.