E se non vedete una capanna di paglia non importa, la parola ecovillaggio è stata coniata dagli umani e non dagli alberi. Dopo lunghe ore alla guida di un automobile, eccomi a camminare per tre quarti d’ora nel buio, con il terreno che scricchiola dal gelo sotto i miei piedi. Un percorso sterrato di alta collina che lentamente diventa fosso. Una camminata che ripulisce le energie urbane per lasciare spazio a quelle del bosco, e più vivo con gli alberi più cammino e più lascio le scatole di ferro lontane. I cambiamenti di ombre, i momenti di buio pesto, i passaggi dentro certi boschetti o il saluto di un pastore maremmano mi permettono di capire come mi sento nel profondo, sviluppando tutti i sensi.
Ad aspettarmi sulla strada e sotto la nostra capanna a palafitta ci sono Sally e Maria, le nostre cagnette che tutte le notti si danno da fare per tenere a distanza accettabile cavalli e maiali bradi, cinghiali, caprioli, volpi, istrici e tassi. Senza i cani saremmo più vicini alla fauna selvatica, ma forse saremmo costretti a costruire recinti.
Tutto il bosco è immobile, silenzioso, quasi come sotto un manto di neve. Entrando nella capanna sono accolto da Anja e da un calduccio che sa di legno e argilla e di piante seccate appese ai travetti. Un po’ più in alto ci sono i ghiri che non dormono, e li capisco visto che le bisce, nemiche naturali dei topi, sono nostri graditi ospiti nel tetto. Per mantenere l’equilibrio di questo condominio (lucertole, ragni, uccellini, formiche, ghiri, bisce, vespe), anche noi dobbiamo tuffarci in questo flusso e vivere a stretto contatto con il selvatico.
Sono contento di avere costruito un comodo riparo rapidamente degradabile che non lascerà traccia del mio passaggio in questo luogo. Tra gli alberi, chi ci accoglie sono principalmente le più anziane, le querce, con sotto una combriccola di essenze testimoni della presenza umana, rotolata a fondo valle da decenni. Le piante che non sono morte dalle ferite inferte o dalla lotta verso la luce sono qui: alte, storte, vecchie, possenti.
Per non rimanere sulla superficie della cartolina, per non perdermi nel descrivere la complessità delle essenze di un bosco della montagna, e per affacciarmi più alla qualità che alla quantità, preferisco condividere con voi alcuni miei sentimenti più salienti nella convivenza con questi esseri. Attento, impotente, incerto, curioso, insicuro, inquieto, di buon umore, gioioso, immerso, allarmato, incantato, rapito, sorpreso, tranquillo, vigile, vivo… sì, perché alla fine del viaggio ci voglio arrivare
vivo.
Dove arriva, per caduta,l’acqua della risorgiva, abbiamo il nostro spazio comune, una costruzione senza pareti dove ci si riunisce e si mangia. Senza pareti la mente gode, lo sguardo spazia liberamente, dal ragno davanti al nostro naso all’orizzonte, e continuamente, visto l’infinità di stimoli. Il nostro corpo è in costante adattamento meteorologico. Il territorio percettivo si espande e viaggia con le correnti d’aria, con i suoi momenti immobili e silenziosi di un tutto unico.
Uh, che salutare il letargo. E il bosco coperto di neve? Come un coup de foudre tra due esseri. E la linfa della primavera? Altro che ricostituenti. Piano piano le parole farmacia e dottore vanno reinterpretate. E le piogge torrenziali, beh, a custodire il nostro nido ci pensa il bosco. Un fremito si diffonde nei boschi della Calvana. A fondo valle gli uomini hanno acceso le loro motoseghe, e tante, e le loro ruspe e i trattori. Qualcosa di eccezionale sta succedendo, di quelle cose che capitano nella storia a distanza di secoli. Guerrieri, commercianti, navigatori, adesso tocca ai consumatori. Quelli che credono di poter continuare a mantenere il loro standard
di vita buttandosi sulla foresta. Avete detto ai vostri figli e nipoti cosa state facendo?
Articolo tratto da Terra Nuova Luglio-Agosto 2010
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