Trovo che la malattia mentale sia un cruciale nodo rimosso nel nostro habitat sociale. Non a caso i manicomi, «istituzioni totali», hanno avuto per molto tempo il compito ingrato di segregare i «pazienti psichiatrici», eluderli alla vista di chi produce, consuma e non ama esserne turbato.
Sappiamo tutti che con la riforma basagliana ci sono stati buoni progressi, eppure una camuffata cultura manicomiale proietta ancora ombre sinistre. Nemico invisibile Un buon film italiano, uscito recentemente nelle sale, La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, affronta anche la spinosa questione del disagio mentale.
Il protagonista, Luigi Lo Cascio, è uno psichiatra basagliano. Parlando con il fratello, poliziotto, gli spiega che «il suo maestro» non voleva semplicemente «liberare tutti i matti» ma ridare al disagiato psichico – spesso malato, per buona parte, «di manicomio» – la dignità che gli era stata arbitrariamente sottratta e che per questo era vitale rompere il muro della segregazione, considerando il complessivo approccio terapeutico.
Concordo con Basaglia he la risposta a quest’inquietante nemico invisibile – la follia – debba essere cercata oltre l’istituzione totale, nell’accoglienza e nella de-istituzionalizzazione.
È una sfida che presenta diversi livelli di radicalità, proporzionali alla disponibilità di chi decide di operare in questo settore a mettersi più o meno in gioco.
Coabitazione solidale
Oggi in Italia è operativo da due anni il primo progetto di accoglienza familiare psichiatrica, ovvero di coabitazione solidale tra persone grossomodo «normali» ed altre con disagi mentali.
Per presentare questo progetto è necessario parlare prima di Antonio – trentatré anni, agrotecnico – che vive in simpatica compagnia, umana ed animale, in una remota area della provincia di Parma.
In principio, però, la scelta di Antonio aveva una natura alquanto diversa, anacoretica potremmo dire. Insoddisfatto della sua vita milanese decide, a circa ventitré anni, dopo il servizio civile, di trasferirsi in una proprietà montana dei genitori; una fattoria dal nome insolito: Macinarsi.
Il posto ha quattro nuclei abitativi autonomi – che fino a qualche decennio fa ospitavano una cinquantina di persone – su di una superficie totale di quasi 80 ettari.
Antonio vive i primi due anni in severo romitaggio, a secco di acqua e di corrente. Alleva pecore, coltiva ortaggi, raccoglie erbe officinali e vende un vitello al mese per coprire le spese essenziali. In un secondo tempo inizia a sperimentare forme di accoglienza disparate, non foss’altro perché i dieci postiletto della sua casa gli sembrano imperdonabilmente sprecati.
Divengono dunque provvisori giacigli per senzatetto, tossicomani, prostitute, che recupera nei suoi ritorni, sporadici e fugaci, a Milano e che ricambiano aiutandolo negli orti o a governare gli animali........
La versione completa dell'articolo è disponibile nel numero di Terra Nuova Febbraio 2004 - formato elettronico.
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