Un efficiente controllo delle infestanti e dei parassiti è fattore indispensabile per ottenere un buon raccolto di soia.
Per questo motivo sin dagli anni novanta, la Monsanto ha tentato inutilmente di selezionare mutanti di soia resistenti al Roundup, il suo erbicida più venduto. Le prime specie di soia gm (modificate geneticamente) per resistere al Roundup (a base del principio attivo glifosato) non riuscivano a completare il loro sviluppo.
Solo qualche anno più tardi, grazie ad una complessa manipolazione del corredo genetico della soia arricchito con geni di un batterio del suolo, frammenti del virus mosaico del cavolfiore e un gene dalla petunia fu completato con successo il “kit genetico” della soia resistente al Roundup. Ecco perché le piante modificate geneticamente sono chiamate anche “le piante di Frankenstein”.
Il nodo centrale della certificazione di sicurezza è stabilire se una pianta di soia con il corredo genetico così modificati possa essere considerata equivalente, così come sostengono i fautori degli ogm, ad un fagiolo di soia convenzionale non modificato.
L'articolo riporta le interessanti (ed inquietanti) rivelazioni dell'autore, assistant professor presso la Facoltà delle scienze dell’Università di Nagoya, Giappone.
La versione completa dell'articolo è disponibile nel numero di Ottobre 2003 - Formato Elettronico (PDF).
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