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La parodia del non acquisto
04/01/2010 - Admin
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Leggere l’articolo “L’arte del non acquisto” del numero di Settembre 2009 è stato per me e mio marito come assistere a una parodia: le persone che erano protagoniste di quelle storie personali non hanno proprio idea di cosa significhi davvero vivere in ristrettezze economiche….
Io e mio marito ci consideriamo una famiglia comune a tante altre: io ho un contratto di lavoro part-time a tempo determinato, ma lui fortunatamente lavora nel settore pubblico e grazie a questo possiamo fare affidamento sulla stabilità di almeno una delle due posizioni lavorative, ma nonostante ciò arrivare alla fine del mese, nella nostra situazione, comporta la necessaria rinuncia ad uscite con gli amici che comprendano cene o aperitivi al bar come, al contrario, capitava alle protagoniste delle storie sopraccitate.
E’ vero che la cultura è importante così come i contatti sociali, ma - a parte il fatto che se pulisci casa poiché non ti puoi permettere una collaboratrice domestica ti rimane poco tempo per la lettura - i modi per risparmiare economicamente in questo settore si trovano eccome: primo fra tutti la frequentazione di una biblioteca pubblica, l’utilizzo di libri di seconda mano o, ancora meglio, lo scambio di libri o testi di studio con altre persone, situazioni che facilitano, di conseguenza, i rapporti sociali.
Nell’ambito sociale credo che il problema economico sia evidentemente sormontabile, a meno che non si viva segregati all’interno di una grande città. Nel caso nostro, che spaziamo dalla città all’aperta campagna le amicizie più variegate non mancano e le occasioni di incontro ci si presentano, per esempio, in feste contadine, in escursioni o in visite domiciliari ad amici agricoltori ed allevatori, in conferenze ed assemblee pubbliche su argomenti di tipo ambientale - spesso organizzate da noi stessi tramite associazioni di cui facciamo parte -, in brevi soggiorni da amici che si trovano in grandi città ecc..
Poi la problematica delle pulizie di casa: la sconfitta della protagonista che ha dovuto chiamare un’impresa di pulizie dopo due mesi per rimettere in sesto la casa ci ha letteralmente scioccato e da lì è stato lampante che quella scelta di vita era semplicemente un frivolo gioco di persone benestanti che provavano ad essere povere per puro desiderio di immedesimazione.
Noi, purtroppo, non possiamo permetterci per davvero di sperimentare e, personalmente, mi pesa molto il fatto non poter chiedere aiuto a nessuno, nemmeno a una madre o a una suocera che lavorano a tempo pieno, perché non riesco più a ritagliarmi tempo né per la cura di me stessa, né per la mia cultura personale, ma non ho altra scelta. Sia ben chiaro: prendermi cura della mia casa e di mia figlia mi piace, mi gratifica, ma certo non posso permettermi di ritagliarmi un’ora ogni tanto per andare in palestra anche fosse per motivi salutistici, come faceva la protagonista della storia, perché mi troverei a dover pagare sia l’abbonamento in palestra che la baby sitter che dovrebbe sostituirmi o addirittura un asilo privato - dal momento che quelli comunali sono strapieni - e magari pure una collaboratrice che mi stiri i vestiti.
E’ammirevole che anche una persona benestante ci provi, ma poi di fronte alla cernita dei beni o dei servizi che vengono ritenuti superflui o, al contrario irrinunciabili, emerge lampante il grande divario tra chi può e chi non può permettersi una “condizione da povero”.
Nel caso delle storie in questione Loro non potevano permettersi di fare i poveri fino a un punto che per la maggior parte della gente è la normale quotidianità.
Anch’io ho sempre adorato la cultura, io e mio marito siamo entrambi laureati, ma poi si cresce e soprattutto crescono le esigenze su tutti i fronti esistenziali ed economicamente, specialmente con la crisi contemporanea, si è costretti a rivedere un po’ tutte le  priorità o per lo meno il modo per poterle appagare.
Si rinuncia o si limitano i viaggi e per quanto riguarda l’esigenza di mantenersi in salute, certamente importante, si potrebbe - e si dovrebbe - rimediare con il “fai da te”; nel mio caso sono riuscita, reduce da vecchi corsi di yoga, a dedicarmi di nuovo con grande cura a questa disciplina durante tutta la mia gravidanza - ora mi rimane più difficile per il tempo a disposizione - ed essendo spesso a contatto con la natura riusciamo sia io che mio marito a sopperire a un qualunque corso ginnico con delle belle escursioni o delle semplici passeggiate rivolte alla raccolta di more e di altri frutti spontanei della nostra terra.
In parte si soffre di questa condizione ma semplicemente perché viene meno una libertà di scelta sulla propria vita che da giovani si ha sempre (e che continuano ad avere le persone benestanti); nel mio caso, almeno, la sobrietà e la frugalità con cui sono stata cresciuta ed educata mi stanno tornando davvero utili, considerate le attuali difficoltà economiche.
Per il resto direi che io e mio marito ne andiamo davvero fieri soprattutto quando ci guardiamo attorno e notiamo che, a differenza di molte famiglie che ci circondano, tutto quello che ha nostra figlia, sempre sorridente e allegra - tutti ne rimangono meravigliati - ci è stato donato e per la maggior parte si tratta di beni di seconda mano (vestiti, culle, seggiolini, lettini, ecc.). Ci sono persino arrivati recentemente, per caso, tanti giocattoli e libri che una scuola elementare stata buttando via per aggiornare l’inventario: bambole della precedente generazione ma in ottimo stato, giochi didattici e puzzle in legno (oggi molto ricercati), libri illustrati introvabili.
E’davvero un vanto per noi far crescere nostra figlia in questa sobrietà, che purtroppo, bisogna ammettere, non è cercata ma possiamo affermare tranquillamente che è comunque voluta.
Ma quello che mi stupisce ulteriormente è che noi partiamo da una situazione lavorativa e finanziaria piuttosto nella norma - anche se il mutuo della casa che dobbiamo affrontare è enorme e in continuo aumento - mentre nella nostra società contemporanea ci sono molte persone disoccupate che non riescono a trovare lavoro o l’hanno appena perso e di conseguenza molti che non riescono ad acquistare un’abitazione o a continuare a pagare le rate del mutuo per la prima casa.
Per cui vorrei chiedere ad Aamterra nuova una maggiore attenzione nella scelta dei protagonisti delle proprie storie poiché quello che può risultare da certi vissuti finisce per essere uno spaccato poco veritiero della realtà quotidiana della maggior parte di noi.
La nostra, per finire, è una condizione di vita che il nostro cuore vuole anche se vi siamo costretti a differenza di chi afferma di mettersi in gioco vivendo senza soldi e poi cede all’aiuto per le pulizie di casa e alla palestra sotto casa celando la propria sconfitta dietro gli alibi delle parole cultura e salute.
Cordiali saluti,
Emanuela

Rispondono Sabrina Sganga e Camilla Lattanzi.

Cara Emanuela,
grazie  per la tua lettera, per le tue riflessioni e per averci confidato tante scelte e situazioni importanti della tua vita. Forse l’articolo non ha saputo mettere sufficientemente in luce un aspetto fondamentale della nostra esperienza, ovvero l'intenzione genuina di vivere per un periodo limitato "senza soldi", cercando di porsi il problema del limite e della rinuncia, per capire quale spazio riserva questa società a relazioni e stili di vita alternativi e per investigare sulla nostra interiore disponibilità al cambiamento e alla sobrietà.
Conducendo una serie di trasmissioni radiofoniche sull'argomento, con l'obiettivo di valorizzare e indagare sulle esperienze di decrescita e sobrietà che già esistono, abbiamo scelto di "metterci alla prova" direttamente. Niente a che vedere con il "frivolo gioco di persone benestanti che provano ad essere povere per puro desiderio di immedesimazione" che tu ci rimproveri.
La scelta doveva farci riflettere su molti aspetti della nostra società, delle nostre relazioni e del nostro stesso stile di vita, e in qualche modo lo ha fatto, forse in modo più compiuto e sensato nel programma radiofonico che nell’articolo, ma, ci teniamo a ripeterlo, non abbiamo mai tentato di sostenere la volontà di un cambiamento radicale e definitivo...
Era, per noi, un esperimento, e come tale ha comportato successi e difficoltà, forse dal tuo punto di vista è stato un completo fallimento, ma siamo sempre state oneste nella socializzazione dei nostri limiti e non ci siamo mai vergognate di riportare la realtà.
Capiamo che questo genere di esperimenti possano non venire capiti o che siano fraintesi, di questo ci dispiacciamo e ci scusiamo se il nostro esperimento ha urtato la tua sensibilità. In nessun modo volevamo minimizzare le difficoltà materiali di chi è costretto dagli eventi a dover fare delle rinunce. Ci mancherebbe. La nostra sperimentazione tende proprio a mettere in campo delle possibili soluzioni rispetto alle difficoltà che domani possono aumentare in modo esorbitante e colpire anche chi oggi non ha grosse preoccupazioni economiche.
Al traguardo le nostre vite non si sono per la verità trasformate in modo eclatante, anche se qualcosa ci ha spinte a cercare una casa fuori città nel verde con la possibilità di coltivare un orto, e una di noi sta cercando di ridurre il suo orario di lavoro (e di conseguenza le sue entrate). Ci sono insomma luci ed ombre: la rinuncia fa apparire delle opportunità ma c'è ancora una forte difficoltà a coglierle, difficoltà che non abbiamo mai taciuto: il cambiamento è difficile per chiunque, specie nello stile di vita e ancor più quando c'è un’uscita di sicurezza di cui poter approfittare nel momento del bisogno....
Saluti,
Sabrina Sganga e Camilla Lattanzi


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