PURA VIDA... e altri racconti raminghi
di Andrea Bizzocchi
Terra Nuova Edizioni
cod. EA057 - pp. 134 - € 11.00
(prezzo per gli abbonati alla rivista € 9.90)
Racconto tratto da pagina 57 e seguenti del libro.
Pablo Sibar Sibar
A Casa Ridgway conobbi Pablo Sibar Sibar con il quale trascorsi un'ntera serata – e buona parte della notte – a farmi raccontare la sua storia e quella dei teribes, il gruppo indigeno a cui appartiene.
I teribes arrivarono in Costa Rica circa quattrocento anni fa grazie a un gruppo di gesuiti francescani che letteralmente li prelevò dalla odierna regione panamense delle Highlands. I francescani si misero d’impegno per convertirli alla religione cattolica e agli usi e costumi del mondo che rappresentavano: vietarono loro l’uso della lingua, delle cerimonie religiose, delle usanze, ma in qualche modo la loro cultura è arrivata ai giorni nostri, tramandata segretamente generazione dopo generazione. I teribes vissero in relativa tranquillità fino ai primi anni Sessanta quando due accadimenti vennero a cambiare le loro vite. Vicino alle terre che abitavano venne costruita la “Carretera Interamericana” e quella che era un’area di foreste e fiumi che permetteva loro di vivere grazie alla ricchezza della flora e della fauna, venne presa d’assalto. Iniziò così la solita storia che si ripete ovunque, il cosiddetto progresso è arrivato: deforestazione, inquinamento dei corsi d’acqua, scomparsa di specie animali.
Inoltre il governo creò ITCO (Istituto di Terra e Colonizzazione) che dichiarò la terra sulla quale gli indigeni vivevano da secoli, terra di nessuno e quindi dello Stato. I teribes avrebbero potuto continuare ad abitarla ma non avevano alcun diritto su di essa e lo Stato avrebbe potuto confiscarla o sfruttarne le risorse a propria insindacabile decisione, giudizio o necessità. Nel ’73 venne creata la “Comisión Nacional de Asuntos Indígenos” ma la cosa, nei fatti, non cambiò nulla. Solamente nel 1980 la riscoperta dell’orgoglio indigeno portò alla lotta e alla prima marcia di rivendicazione dei propri diritti; marcia che convogliò millecinquecento persone a San José dopo quattrocento chilometri di cammino. Negli anni successivi il movimento si ingrandì.
Nel 1985, il governo diede in concessione una parte di foresta nella quale vivevano i teribes per il taglio del legname. Pablo Sibar Sibar, all’epoca giovane e ribelle, provò a incontrare il proprietario della compagnia per convincerlo a rinunciare. Al primo incontro questi si presentò con due bottiglie di whisky per farlo ubriacare, così come facevano i bianchi con i nativi americani.
Al secondo incontro gli offrì dei soldi. Al terzo fu chiaro a Pablo che si scontravano due visioni opposte della vita. “Io sono ricco, uno degli uomini più ricchi del Paese, e voglio che lo siano anche i miei figli e i miei nipoti”, disse l’uomo spazientito e arrogante. “Capisco, ma io rivendico per me, per i miei figli e per i miei nipoti, il diritto di vivere su quella che è da sempre la nostra terra”, rispose Pablo. Dopo quest’ultimo incontro Pablo ritornò alla sua comunità ed iniziò, da solo, lo sbarramento della strada che portava all’area di foresta designata per il taglio.
L’uomo rispose inviando ruspe e trattori, ma fu allora che arrivarono altri indigeni e fu chiaro che non c’era verso di rompere lo sbarramento. Lo Stato mandò la polizia. Alle quattro di mattina dell’ottavo giorno, quando Pablo e i suoi quarantatre compagni, tra cui tre bambini, stavano ancora dormendo sopra un materasso di foglie secche (secondo la tradizione della sua tribù) e sotto le coperte per ripararsi dal freddo gelido della notte, il capo della “Policía Cantonal” si recò al blocco: “Vi domando di lasciare entrare gli uomini addetti al taglio degli alberi”.
Pablo rispose che non avrebbero abbandonato la loro terra ancestrale e che o, per nessuna ragione avrebbero permesso il taglio della foresta. “Ve lo chiedo per la seconda ed ultima volta o sarò costretto a usare la forza” ripeté ancora l’uomo.
All’ennesimo rifiuto di Pablo, l’uomo soffiò nel fischietto. Una cinquantina di poliziotti nascosti uscirono dal limitare della foresta e caricarono lui e i suoi compagni a forza su due camion per portarli in carcere. L’accusa con cui vennero imprigionati era di “distruzione di strade e occupazione di terre statali” nonché di essere “sovversivi comunisti”, un’accusa sempre buona, questa, usata e abusata dalle dittature centro e sudamericane degli anni Settanta e Ottanta.
Pablo e i suoi compagni vennero stipati per più di due ore in un camion normalmente utilizzato per il trasporto di rifiuti chimici – cosa che provocò intossicazioni fra i più deboli di loro – e trasferiti al carcere di massima sicurezza “La Reforma” di Pérez Zeledón. Qui accadde un fatto imprevisto: il padre di Pablo, che aveva abbandonato la famiglia e con il quale lui non aveva rapporti da quando era bambino, lavora lì, e a sua insaputa convince il direttore del carcere a rilasciarlo. Pablo però rifiuta categoricamente a meno che non vengano liberati anche tutti i suoi compagni. Gli viene offerto il rilascio dei tre bambini ma Pablo non accetta; i bambini vengono comunque liberati.
Il gruppo rimane per due giorni a digiuno forzato. La mattina del terzo giorno il pasto consiste in un piatto di fagioli e vermi. “Una delle guardie ci disse che ci davano da mangiare quello che eravamo”, dice Pablo.
“Uno di noi ebbe l’incredibile prontezza di spirito di rispondergli che capiva che noi potessimo essere vermi, ma non capiva come potessimo essere fagioli”, racconta Pablo ridendo. “Comunque sia mandammo giù tutto. I vermi sono ricchi di proteine”, aggiunge sempre ridendo. Dopo altri due giorni di carcere, Pablo e i suoi compagni furono liberati grazie all’intervento della Chiesa cattolica e tornarono da eroi alla loro comunità. Il taglio della foresta non venne evitato, ma la compagnia fu portata in tribunale e dopo cinque anni di carte bollate la causa venne vinta. L’anno seguente il governo della Costa Rica firmò una legge di diritto alla terra per i popoli indigeni. Io ho conosciuto Pablo Sibar Sibar la sera prima che si recasse al governo con altri rappresentanti di gruppi indios per discutere con alcuni deputati la “Ley de desarollo autónomo por la gente indígena”. È un progetto di legge di grande importanza, composto di quattordici capitoli e settantatre articoli che affronta tutti gli aspetti della loro vita: dalla gestione della terra all’economia, dall’istruzione alla sanità alla politica.
Ciò che chiedono è, in definitiva, il sacrosanto diritto di vivere come credono. Pablo Sibar Sibar lotta per questo e per mantenere una promessa fatta alla sua bisnonna, che poco prima di morire all’età di centotre anni, gli fece giurare che avrebbe lottato per la loro indipendenza “perché non voglio che i tuoi figli limpian el recto a los siwas”.
La totalità della popolazione indigena della Costa Rica ammonta a circa sessantacinquemila persone, quarantacinquemila delle quali vivono nelle riserve in maniera più o meno tradizionale. Fra i vari gruppi ci sono i bribri, i cabecares, i guatosos, gli huetares, i malekus, i borucas, i chorotegas, i ngobes e i teribes.
Sono tutti classificati come “popoli miserabili”, ma come mi disse Pablo Sibar Sibar quella notte: “La nostra ricchezza è nella consapevolezza della Vita e nell’armonia con la nostra Madre Terra. È questa ricchezza che vogliamo mantenere e tramandare ai nostri figli”.