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Il lunario: piccola enciclopedia della cultura popolare
28/02/2010 - Massimo Angelini
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Breve storia del lunario contadino, dalle sue origini fino alle ultime edizioni pubblicate ancora oggi in alcune regioni italiane.

Da oltre cinquecento anni il lunario esprime il tempo circolare dei contadini: circolare come il girotondo del giorno e della notte, come la danza del Sole e della Luna, come la processione delle stagioni, come l’eterno ritorno della vita dall’infanzia alla rinascita.

Compilato tutti gli anni e ogni anno un po’ diverso, vive attaccato al muro della casa o della stalla, oppure, nel formato tascabile (com’è più comune tra i contadini), in un cassetto con gli attrezzi o nelle braghe da lavoro. Per sua natura segna imovimenti e le trasformazioni apparenti della Luna e dei corpi celesti; spesso è anche «calendario», per misurare l’anno e segnare i suoi giorni e le sue feste, ed è «almanacco», per raccontare il tempo che ha fatto e che «farà».

In forme e con linguaggi differenti, di tempo in tempo e di regione in regione è, soprattutto, piccola enciclopedia della cultura popolare, quella che nasce dalla trasmissione orale e si nutre di esperienza, e al suo interno, insieme con il calendario dei santi e le fasi della luna, ci si può trovare ogni genere di consigli e notizie utili: ricette, albe e tramonti, poesie, proverbi, storia locale, curiosità, lavori del mese e altre informazioni per l’uso quotidiano.

Cinque secoli
Il primo lunario in forma di libretto nasceva a Genova nel 1473, venti anni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili: era intitolato La raxone de la Pasca [Pasqua] e de la Luna e le Feste e, come si conviene a un oggetto rivolto alla gente, era scritto in un volgare farcito con parole della lingua locale.

Nel cammino del tempo, i lunari sono cambiati per impostazione e contenuti, passando dai pronostici sugli eventi dell’anno, costruiti sull’astrologia o sulla Cabala, alle previsioni del tempo, dettate a volte dalla fantasia o dalla superstizione, e a volte da una continua osservazione del cielo e dei fenomeni atmosferici condivisa all’interno delle comunità e tramandata nel tempo delle generazioni.

Certamente, tra Settecento e Ottocento hanno rappresentato la forma di letteratura popolare più diffusa, probabilmente più di quanto fossero diffusi i catechismi e i libri di preghiere. Intorno al 1780, in Italia se ne stampavano oltre 200.000 copie all’anno: si chiamavano Barbanera, Casamia, Chiaravalle, Il Mangia, La Sibilla Celeste, Valserena e in cento altri modi.

In quel periodo, nel passaggio tra Settecento e Ottocento, i lunari, sempre meno dedicati ai pronostici, iniziavano a diventare anche un veicolo di alfabetizzazione, adatto per divulgare informazioni e cultura tra la gente; molti assumevano un formato tascabile ed erano scritti per i contadini (un secolo più tardi lo saranno anche per gli operai), e parlavano del tempo, dei lavori del mese, dei giorni per riposare, di tecniche agricole, proverbi e fiere.

Più tardi, in pieno Ottocento, nascevano lunari specialistici per ogni categoria di persone: dai commercianti ai viaggiatori, che informavano su distanze, tariffe, cambi di valuta e terre lontane, fino agli aristocratici e alle signore dell’alta borghesia, con notizie di nobiltà, mode, ricevimenti e figlie di buona famiglia da maritare.

Durante il secolo successivo, quando la tradizione è diventata sempre più caricatura del passato e rappresentazione fantasiosa di un tempo immobile e un po’ mitico, i lunari si sono sciolti nel conformismo del «com’erano belle e buone le cose di una volta», qualche volta scritti in dialetto più o meno stretto, con lo sguardo rivolto al campanile e la penna intinta nella nostalgia.

Cosa resta
Finite le mode, esaurita la nostalgia, dei cento lunari tascabili che spopolavano a metà Ottocento, in Italia oggi pare che ne siano rimasti solo nove: il Gran Pescatore di Chiaravalle, stampato a Torino dal 1701 e a Tortona dal 1750; il Campitelli Barbanera, a Foligno dal 1763; il Solitario Piacentino, dal 1795, il Sesto Cajo Baccelli, a Firenze da oltre 200 anni; il Pescatore Reggiano, dal 1847; il Lunarietto Giuliano, a Trieste dal 1995; il Lunario Bolognese, dal 1998; in Liguria infine c’è Il Bugiardino che io e Maria Chiara Basadonne abbiamo fatto rinascere 5 anni fa, cercando di mettere in equilibrio un genere letterario spesso imbevuto di superstizione, insieme con i saperi popolari sul tempo e sulla terra raccolti per anni di voce in voce.

Ne è uscito un libricino che rimettiamo a punto ogni anno per dare vitalità a un prodotto che nasce dal profondo della cultura rurale, cercando di restituire nuova dignità alla visione ciclica del tempo, e tentando di mantenere aperto un piccolo varco per continuare a dialogare con il cielo. Quel cielo che questo tempo di
scienza cinica e di pensiero materiale rende solido e opaco e, a poco a poco, chiude sulle nostre teste e sul nostro cuore come una cupola di cemento.

Innovazione nella continuità
Se alcuni tra i lunari tascabili di oggi restano fedeli, anno dopo anno, allo stesso modello, altri sperimentano una lenta innovazione nella continuità. Alcuni sono orientati a una cultura prevalentemente cittadina, altri guardano soprattutto alla terra e parlano dei lavori da compiere nei campi, nella cantina e in casa, e sono costruiti sul mese lunare e sull’anno contadino regolato dalle quattro tempora (periodi particolari che preparano le stagioni) e dalle scadenze fisse che, ancora per gran parte della gente della nostra campagna, portano nomi di santi e di feste: sant’Antonio abate (17 gennaio, cuore dell’inverno), quando gli animali agricoli nella stalla parlano tra loro e inizia il Carnevale; san Marco (25 aprile), giorno delle rogazioni intorno ai paesi e principio del tempo quando le brinate possono essere più nefaste e il grano rischia di essere divorato dalla ruggine; natività di san Giovanni Battista (24 giugno), notte prossima al solstizio, magica di fuochi e benedizioni; san Rocco (16 agosto), quando finisce la prima estate ed è tempo di fare scorta di cibo e di legna; san Martino (11 novembre), quando terminano e ripartono i contratti agrari; e così si potrebbe dire di molti altri giorni.

I «vecchi» contadini osservano queste date, i cicli della Luna crescente e calante, seguono i consigli dell’agricoltura tradizionale e si affidano alla Provvidenza; i «nuovi» contadini talvolta osservano i cicli della Luna ascendente e discendente e la sua proiezione giornaliera nelle case delle dodici (ma sono tredici!) costellazioni, seguono le regole dell’agricoltura biologica e ragionano di energie.

Se i «vecchi» e i «nuovi» parlano forse non si capiscono, ma se lavorano probabilmente sì: sembrano espressione di mondi diversi, ma sono tutti
contadini, e per tutti è evidente l’armonia del tempo che sempre ritorna nella giostra del giorno, delle stagioni e della vita, e il matrimonio profondo tra la loro terra e la Luna.


Articolo tratto da Terra Nuova - Dicembre 2009

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