Da anni facciamo più parti cesarei che altrove e lo sappiamo: il 37% rispetto al 20,2 della Francia, al 23 dell'Inghilterra. Il doppio rispetto alle indicazioni Oms.
Il motivo apparente dichiarato è la paura delle mamme di soffrire molto e la paura degli ostetrici ginecologi di possibili grane legali. In altre parole potremmo dire che manca una cultura dell'assistenza al parto.
Ma anche motivi organizzativi: strutture inadeguate, personale insufficiente. Meglio un intervento programmato che aspettare i tempi del travaglio, insomma. C'è pure un problema di poca formazione al parto vaginale (59%) del ginecologo ostetrico. Motivazioni organizzative che pesano più di quelle cliniche in un caso su tre.
Sono i dati dell'indagine condotta per la prima volta dalla Società Italiana Ginecologia e Ostetricia (SIGO) in oltre 200 centri italiani, al 97 per cento pubblici. E presentate oggi a Bari in apertura del Congresso Nazionale Sigo-Aogoi.
Secondo Giorgio Vittori, presidente Sigo, "C'è disinteresse e devalorizzazione del femminile. Il costo di un parto naturale ormai equivale a quello di un cesareo perché comunque c'è bisogno di ginecologo, ostetrica, anestesista, personale parasanitario, anche durante il travaglio. Dove si può si aggiunge il costo dell'anestesia epidurale, ma un parto costa comunque molto meno di un'operazione di appendicite. È questione di cultura".
Culturale anche il fatto che "sono proprio le madri a preferire l'intervento alla via naturale. Il 27 per cento dei cesarei è frutto di una loro decisione e non di indicazioni cliniche", aggiunge Alessandro Melani, del direttivo Sigo. Una soluzione che risente di precedenti esperienze di amiche o parenti, dell'influenza dei media (47%), della scarsa possibilità in molti centri, secondo 1 medico su 2, di accedere all'anestesia epidurale, dell'opportunità di avere accanto il ginecologo curante.
Maglia nera per numero di cesarei alla Campania (quasi il 60%) seguita da Basilicata (50,5), Puglia (45,8%).
Condizioni ottimali in Friuli Venezia Giulia (19,9), Trentino Alto Adige. Nel Lazio è intervento in 39,4 casi su 100 ma a Roma, dicono i dati, si può raggiungere anche l'80%.