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EquAgenda 2010
14/09/2009 - F.G.
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Realizzata in collaborazione con Terra Nuova da un'idea dell'Emporio Equo Solidale di Marina di Pisa, ecco l'agenda per l'ecologia della mente che vi aiuterà ad organizzare un anno intero di sobrietà felice.

EquAgenda 2010
365 giorni di sobrietà felice con riflessioni e consigli per un consumo critico e solidale
cod. EA050 - pp. 164
copertina cartonata + matita € 10.00
(per gli abbonati € 9.00)

L'Agenda per l'Ecologia e la Decrescita Felice

Con i contributi di: Alex Zanotelli, Andrea Saroldi, Donata Frigerio, Francesco Gesualdi, Gloria Botteghi, Marco Bacchereti, Maria Teresa Pecchini, Maurizio Davolio, Maurizio Gioli, Mimmo Tringale, Paolo Mascellani, Valerio Morellato.

Ad ognuno la libertà di renderla unica e zeppa di appunti; essenziale e precisa o piena di scarabocchi e note al margine.

Noi l'abbiamo pensata come un "semenzaio", dove porre i semi per far crescere il desiderio di realizzare qualcosa di concreto per "un altro mondo possibile".

Per annaffiare questi semi abbiamo introdotto all'inizio di ogni mese alcuni riflessioni sul consumo critico, le buone pratiche e i nuovi stili di vita.

Oltre a questi brevi scritti, che hanno il semplice scopo di incuriosire e stimolare a saperne di più, all'inizio di ogni mese è stato inserito l'elenco della frutta e degli ortaggi del periodo, e per ogni settimana un aforisma raccolto dagli alunni dell'Istituto "Leonardo Fibonacci" di Pisa.

Un anno di sobrietà felice di Francesco Gesualdi

Assumere uno stile di vita etico significa consumare e risparmiare nel rispetto delle persone e dell'ambiente.
Oggi se ne avverte un particolare bisogno perchè il mondo è nella morsa di tre crisi: la crisi dei diritti, la crisi ambientale e la crisi sociale.

La crisi dei diritti è particolarmente evidente nell'ambito della produzione. Con l'intensificazione della globalizzazione i consumatori si sono resi conto che prodotti familiari come scarpe, abbiglimento, giocattoli, non provengono più dalle fabbriche sindacalizzate del proprio paese, ma da industrie situate in paesi lontani, dell'Europa dell'Est o dell'estremo Oriente, che non garantiscono ai lavoratori neanche i diritti più elementari.

Vari servizi giornalistici hanno denunciato una realtà più drammatica di quella che si possa immaginare: salari al di sotto della soglia di povertà, orario straordinario forzato, reclusione all'interno dei luoghi di lavoro, negazione delle libertà sindacali e talvolta lavoro minorile.

La crisi ambientale si manifesta soprattutto nell'ambito dell'energia, dell'acqua, del cibo, dei rifiuti, dell'accumulo di anidride carbonica.
Per ammissione generale stiamo consumando risorse naturali ad un ritmo più elevato della capacità di rigenerazione del capitale biologico, di questo passo nel 2040 avremo bisogno di due pianeti.

Ma la responsabilità di un simile degrado non è uguale per tutti i popoli della terra, perchè sappiamo che il consumo è terribilmente mal distribuito. La parte del leone la fanno i vecchi paesi industrializzati, che pur ospitando solo il 15% della popolazione terrestre incidono sui consumi mondiali per il 76%.

Tanta iniquità ci porta alla terza grande crisi, quella sociale, rappresentata dalla povertà mondiale: circa metà della popolazione del Pianeta vive in condizione di povertà assoluta o quasi. Il che significa che costoro hanno il diritto di mangiare di più, vestirsi di più, calzarsi di più, curarsi di più, studiare di più, viaggiare di più. Ma non possono farlo finchè i benestanti non accettano di sottoporsi a drastica cura dimagrante, perchè è dimostrato che se volessimo portare tutti gli abitanti del mondo al tenore di vita degli statunitensi ci vorrebbero cinque pianeti.

Tutto ciò indica che il consumo non può essere trattato come un fatto privato, perchè ogni volta che si compra qualcosa si corre il rischio di diventare complici involontari di situazioni di sfruttamento, violazione dei diritti umani, degrado ambientale, ingiustizia planetaria.

L'alternativa è il consumo responsabile che consiste nel fare la spesa ponendo grande attenzione ai diritti, all'equità, all'ambiente. Un passaggio fondamentale è la sobrietà che non significa ritorno alla candela o alla morte per tetano, piuttosto eliminazione degli eccessi e rimodellamento del nostro modo di produrre e di consumare.

Consumare in maniera sobria significa adottare uno stile di vita personale e collettivo più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali, ricordandoci che la civiltà, nel vero senso della parola, non consiste nella moltiplicazione dei bisogni, ma nella capacità di ridurli. Perciò ogni volta che stiamo per comprare qualcosa chiediamoci se ne abbiamo davvero bisogno di quell'oggetto o se invece non stiamo cedendo alle pressioni della moda, della pubblicità, della competizione sociale.

Chiediamoci anche se abbiamo fatto tutto il possibile per riparare ciò che abbiamo. Se poi giungiamo alla conclusione che quell'oggetto proprio ci serve, procediamo con calma. Soprattutto non precipitiamoci in negozio per comprarne uno nuovo. Prima facciamo un giro presso amici e parenti per accertarci che non abbiano qualcosa di usato che fa al caso nostro.

L'esperienza di Bilanci di Giustizia, un movimento di famiglie italiane che praticano il consumo responsabile, dimostra che la sobrietà è possibile, non costa niente, anzi fa risparmiare, e riempe di soddisfazione. La soddisfazione di sentirsi persone libere che decidono esse stesse cosa comprare.

Se vogliamo vivere bene dobbiamo rivedere il nostro concetto di ricchezza. Non solo ricchezza di beni, ma anche di relazioni e quando ci rendiamo conto che il perseguimento dell'una entra in rotta di collisione con l'altra dobbiamo avere la capacità di fermarci.

La felicità non è solo il conto in banca, ma anche tenersi per mano in una passeggiata, abbracciare nostro figlio, ammirare un paesaggio, assaporare il profumo di un fiore.
Varie indagini hanno dimostrato che solo fino ad un certo punto ricchezza e felicità camminano di pari passo. Poi si discostano: la linea della ricchezza cresce, ma quella della felicità rimane piatta o addirittura tende verso il basso. Ricordiamocene prima di entrare nel prossimo centro commerciale.

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