Il 27 agosto di 150 anni fa ci fu la prima trivellazione petrolifera. A condurla William A. Smith nei terreni di Titusville, in Pennsylvania: grazie a quella trivellazione la Pennsylvania Rock Oil Company iniziò a produrre 25 barili di petrolio al giorno. Il 60-65% del contenuto di ogni fusto diventava olio per lampade o kerosene, il 10% benzina (che all'inizio si buttava via, non essendoci ancora il motore a scoppio), il 5-10% nafta. Da allora in poi fu subito corsa all'oro nero. Il petrolio oggi si trova in Europa, Africa, Asia e Americhe e viene dunque prodotto e lavorato in tutto il mondo. Il 'BP Statistical Review of World Energy 2009' calcola che nel 2008 in tutto il mondo sono stati prodotti 81 milioni di barili di petrolio al giorno e che in un anno sono stati estratti e chiusi nei fusti 3.928 milioni di tonnellate di liquido nero. Un terzo dell'intera produzione mondiale avviene in Medio Oriente, da dove sono usciti 26,2 milioni di barili al giorno e 1.257 milioni di tonnellate di greggio nell'intero 2008. Stando ai dati della relazione della British Petroleum, Nord e Sud America insieme nel 2008 hanno prodotto 954,8 milioni di tonnellate di greggio (619,2 dal nord, 335,6 dal centro-sud del continente), 19,8 milioni di barili al giorno (rispettivamente 13,1 e 6,7 milioni). Al terzo posto l'area euro-asiatica, comprendente Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Italia, Russia e repubbliche ex-sovietiche: da qui sono usciti 17,5 milioni di barili ogni 24 ore, e, complessivamente, 851 milioni di tonnellate di petrolio nell'intero 2008. A livello mondiale, però, quasi la metà della produzione- 1.758 milioni di tonnellate all'anno- arriva dai paesi Opec (Algeria, Angola, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Venezuela). Preoccupanti i dati sul consumo di petrolio. Otto paesi al mondo, da soli, consumano la metà del petrolio prodotto ogni anno, e quindi, ogni giorno. Il 'BP Statistical Review of World Energy 2009' parla chiaro: nel 2008 la domanda e l'offerta del greggio si sono incontrate (3.928 i milioni di tonnellate prodotti e 3.927 quelli consumati), ma il 50% dei barili immessi sul mercato sono andati a sostenere le economie di Stati Uniti, Cina, Giappone, India, Russia, Germania, Brasile e Arabia Saudita, gli otto 'divoratori' di petrolio e i primi otto nella 'top ten' dei maggiori consumatori mondiali. Complice la crescita a ritmi forsennati delle economie emergenti di Cina, India e Brasile, e la recessione invece che colpisce le principali economie mondiali, frenano richieste e consumi in metà dei Paesi del G8 e quindi - contrariamente a quanto sarebbe stato lecito pensare - gli otto paesi più industrializzati del mondo non sono i primi otto ad andare sul mercato del greggio. Ma il rapporto British Petroleum conferma una volta di più il divario tra nord e sud del mondo: l'Africa consuma all'anno un settimo di quanto serve alla sola Europa per il soddisfacimento della domanda di energia (135,2 milioni di tonnellate di petrolio l'anno contro i 955,6 milioni dell'Europa). Da notare, poi, il deficit di Stati Uniti e Cina: nonostante entrambi i Paesi siano tra i primi dieci produttori mondiali, tutti e due gli stati consumano più di quello che producono (rispettivamente 884,5 milioni di tonnellate consumate contro le 305,1 prodotte e 375,3 milioni di tonnellate contro le 189,7 di propria fattura). E ora c'è una nuova ulteriore frontiera nella corsa all'oro nero, un'altra regione divenuta terreno di incontro e scontro di interessi e destinata per questo ad assumere- neanche troppo in futuro- una rilevanza geo-politica che potrebbe ridisegnare gli equilibri internazionali: l'Artico. Nel sottosuolo del Polo nord si trovano riserve di gas naturali e, soprattutto, petrolio. Scienziati russi hanno stimato queste in 10 miliardi di tonnellate di gas e greggio i depositi sotterranei contenuti in questo territorio grande grande quanto Italia, Francia e Germania messe assieme. La Russia sta già facendo i primi calcoli, segno che la 'Corsa all'Artico' è già iniziata. Il cambiamento del clima, poi, farà il resto: con il riscaldamento dell'atmosfera la calotta di ghiaccio che ricopre il Polo si sta sciogliendo, e questo fa sì che in estate zone di mare restino scoperte e con uno strato di ghiaccio più sottile. Ciò apre nuove vie per le esplorazioni polari e, quindi, per le attività di sfruttamento delle risorse con le tragiche conseguenze per l'ecosistema che si possono immaginare.