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Il tempo per una buona morte
24/06/2009 - F.G.
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(2996 letture)
Quando viene il tempo di morire? Chi lo decide? Come vorremmo che fosse questo ultimo, irreversibile, momento di vita? A prescindere dalle risposte, vivere il trapasso come un evento naturale aiuta a rendere la nostra vita più umana, più consapevole.

Nel film Il piccolo grande uomo di Arthur Penn, il grande capo indiano, che ha adottato Jack Crabb (Dustin Hoffman, il piccolo grande uomo appunto), alla fine di una vita piena di soddisfazioni e di avventure, di piaceri e di tragedie, ormai cieco, dice al suo amato figlio che per lui è giunto il momento di morire.
È un momento particolarmente intenso quello in cui il vecchio indiano si incammina sereno e determinato, accompagnato da Jack, per raggiungere il letto di morte, issato su quattro pali, pronto a trasformarsi in una pira, che con il suo fuoco accompagnerà la sua anima ad incontrare Manitù.

Jack è molto commosso e i movimenti lenti e determinati del capo indiano rendono la scena piena di sacralità. Il gran capo si sdraia e attende. Immobile attende. Improvvisamente dal cielo cominciano a cadere delle gocce di pioggia. A quel punto il capo si alza, discende dal letto e dice: non è ancora il tempo. Quando viene il tempo di morire? Chi lo decide? Come vorremmo che fosse questo ultimo, irreversibile, momento di vita? Lo immaginiamo come la continuazione della vita, o come un atto violento che ci sottrae ai nostri cari, ai nostri impegni e piaceri? Ci viene anche da chiederci: ma sarò libero di morire come voglio, e nonostante questo amato e accudito? Potrò morire senza l’oltraggio del dolore e dell’incomprensione? Le regole degli altri saranno sospese in quel momento nel quale nessuna forza sarà dalla mia parte, e dovrò affidarmi esclusivamente all’amore di chi si prenderà cura di me?

L’ascolto profondo
Il tempo in cui si comincia a morire dovrebbe essere un tempo di presenza e consapevolezza, un tempo di ascolto profondo, un tempo di silenzio, un tempo, alla fine, almeno alla fine, di totale rispetto per l’ineffabilità  di questa esperienza. La morte rappresenta un’occasione, certamente l’ultima, per stare in relazione con quello che accade, e per sperimentare la disponibilità di aiutarci piuttosto che di dirci cosa si può o si deve, e cosa non si può e non si deve. In questo senso il ruolo di chi assiste, di chi accompagna, è quello di garantire la qualità dell’esperienza, anche dell’esperienza del morire.
Con la morte finisce il nostro tempo, ma il nostro rapporto con il tempo, nella maggior parte dei casi, non è buono. Spesso viviamo contro tempo, affannati, ad un’enorme distanza dai nostri bisogni e dai nostri sentimenti. Questo genera una preoccupazione infinita quando immaginiamo il futuro, e una indisponibilità a riconoscere il momento presente e a viverlo senza paura. Non vivere a contatto con quello che succede significa perdere il tempo dell’esperienza, della possibilità, della relazione, anche quando stare in relazione può significare non sottrarsi alla sofferenza......

La versione completa dell'articole è disponibile nel numero di Giugno 2009 di Terra Nuova.

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