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Influenza suina: pericolo reale o business?
04/06/2009 - F.G.
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Dopo l’allarme lanciato alla fine d’aprile, i numeri del contagio sono rimasti irrisori. Ad avere un’impennata sono state invece le vendite di farmaci antivirali. Ecco tutte le contraddizioni dell’ennesima «pandemia».

Dall’influenza aviaria a quella suina, dagli uccelli ai maiali, in attesa della ormai annunciatissima pandemia che ci dicono ineludibile, ma che nemmeno stavolta ci ha travolto. L’allarme lanciato alla fine di aprile per il virus influenzale A/H1N1, che il governo messicano e l’Oms hanno detto essere di derivazione suina, non si è alla fine trasformato in una tragedia sanitaria: i numeri del contagio sono rimasti irrisori – qualche centinaio di casi in tutto il mondo – ma in compenso si è intensificato ancor più il mercato dei farmaci antivirali.

«Ho cercato di capire quali fossero le raccomandazioni per quella che era stata annunciata come una nuova minaccia» spiega il dottor Eugenio Serravalle, medico pediatra di Pisa da anni impegnato nella ricerca e autore di numerosi libri su vaccinazioni e malattie.
«Ho scoperto che il Cdc di Atlanta, il centro internazionale per il controllo delle malattie che si trova negli Stati Uniti, non dice pressoché nulla sulla cosiddetta influenza suina. La cosa suona veramente strana e non me la spiego proprio stando agli allarmi lanciati da medici e media».

Accade dunque che, mentre sugli schermi televisivi italiani e del resto del mondo sono comparse per settimane, più volte al giorno, immagini di città intere imbavagliate da mascherine, laboratori, camici bianchi, provette e pasticche di antivirali, il maggior organismo di controllo delle malattie al mondo non abbia speso una parola sulla questione.

«Mi sono poi posto alcune domande» continua Serravalle. «Tipizzare un virus non è cosa facile, occorrono strumentazioni sofisticate e all’avanguardia, personale esperto, siti idonei. Eppure ad avere l’intuizione che in alcuni campioni biologici di pazienti influenzati si poteva trovare il ceppo H1N1 è stato un paese come il Messico, che non ha alcuna struttura adatta per portare a termine un lavoro del genere. Infatti, i campioni prelevati ai pazienti sono stati inviati all’estero, peraltro in Canada ancor prima che negli Stati Uniti. Come mai?».............

La versione completa dell'articolo è disponibile nel numero di Giugno 09 di Terra Nuova.

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