Sono molto emozionata quando apprendo della presenza di Wendel Berry in Italia: avrò il privilegio di incontrare il contadinofilosofo, il poeta e il saggio che tante volte ci ha ispirati a riflessioni visionarie e bucoliche, senza privarsi di sviscerare sottilmente le forme stesse del pensiero, ricollegando alla terra persino il rapporto tra l’uomo e la donna, che secondo lui manca di fondamenta senza un pezzo di terra da curare assieme. Viviamo in un’epoca in cui «intellettuale» e «contadino» sono parole incompatibili: il lavoro agricolo viene disprezzato, e il rapporto con il cibo è in pericolo.
Ecco perché un personaggio come Wendell Berry è rivoluzionario. È con semplicità e dolcezza che si introduce quest’uomo, raccontando il suo percorso. Parla di vedere in grande ed agire in piccolo, perché se aspettiamo grandi risposte, non agiremo mai. Il suo pensiero è caratterizzato da un’umiltà convinta e serena, ma anche da una profonda amorevolezza: bisogna prendersi cura della terra affinché essa possa prendersi cura di noi. E ci ricorda un poco il Piccolo Principe e la rosa. Infine, allude al cibo non come consumo ma come conoscenza…
D: Wendell, c’è un’esperienza particolare che lega l’Italia e il suo amore per la terra. Ce la vuole raccontare?
R: È andata così: da giovane, prima di interessarmi di tutto questo, ottenni una borsa di ricerca a Firenze, dove quindi mi trasferii con mia moglie e il nostro primo figlio ancora piccolo. Fui immediatamente colpito dall’arte rinascimentale, e visitai avidamente ogni angolo della città. Quando decisi di esplorare le campagne e le colline circostanti, non potei fare a meno di leggervi lo stesso profondo senso artistico, un’opera d’arte prodotta dall’amore e dalla cura di chi le coltivava. È stata l’Italia - e non l’America - a piantare dentro di me il seme di questo amore. Sulle vostre colline ho capito che l’agricoltura può essere una vera e propria opera d’arte.
D: Evidentemente però questa arte è incompatibile con l’agricoltura industriale...
R: Il grosso errore della cultura industriale o dell’agribusiness consiste nel forzare i sistemi naturali a conformarsi alle tecnologie. Si forza la propria terra a conformarsi alle capacità delle macchine. Mentre invece la sostenibilità, la responsabilità, il piacere, l’affetto, presuppongono l’adattamento del nostro lavoro e della nostra tecnologia al luogo.
Il paradigma industriale ci fornisce l’uniformità. L’altro approccio invece ci dona l’eleganza. Si tratta di scegliere se riteniamo più soddisfacente l’uniformità del prodotto con le macchine, o l’eleganza di un’attenzione adeguata alle esigenze dei nostri luoghi. Sono questi i parametri da cambiare. La salute del luogo è un criterio di giudizio migliore dell’efficienza, dell’adattamento forzato alle macchine.
Ad esempio, se lavorate terre in pendenza con un trattore, date le circostanze risulterà più sicuro lavorare verticalmente, scendendo e risalendo la china. Mentre con un animale, risulterà più facile lavorarle orizzontalmente, attraversando la china lateralmente. Si dà il caso che la tecnica meccanizzata favorisca l’erosione, mentre l’altra la previene.
Troviamo qui le due logiche: quella delle macchine e quella biologica. Se doveste attraversare a piedi un terreno pendente 50 volte al giorno, decidereste di andare su e giù o di attraversarlo lateralmente?...
L'articolo propone l'intervista completa a Wendell Berry, con importanti riflessioni circa:
>> Biologico e decrescita.
>> Buona agricoltura e buona economia.
>> E' possibile una collaborazione tra campagna e città?
>> Il nuovo sogno americano: il programma politico di Obama sulle questioni rurali.
>> Wendell Berry visto da vicino: la sua storia.
La versione completa dell'articolo è diponibile nel numero di Maggio 09 di Terra Nuova.
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