Si tratta di una cifra che va ad integrare le pensioni di ognuno di loro. Per diversi anni i sette marinai (per un ottavo la causa è ancora in corso), sono stati esposti per lungo tempo e senza protezione alcuna agli effetti terribili di quella sostanza. La vicenda è iniziata nel 2002 quando gli ex marittimi, alcuni dei quali con seri problemi di salute - attraverso il patronato Epasa della Cna di Pesaro - hanno deciso di avviare le pratiche per poter usufruire dei benefici previsti per i lavoratori esposti all'amianto (legge 257 del 1992). A quel punto, il patronato si è fatto carico della vicenda, raccogliendo tutta la documentazione necessaria ed inoltrando le prime richieste agli enti preposti al rilascio della certificazione per ottenere i benefici previsti dalla legge: Ipsema ed Inail. Spettava, infatti, a questi due istituti il primo riconoscimento. Da parte sua l'Inps, che per legge è l'ente indicato a risarcire in questi casi, ha rifiutato di farlo invocando la mancanza di una precisa dichiarazione di esposizione all'amianto dei sette lavoratori. Dopo sette anni di battaglie sono arrivate le sentenze del tribunale di Pesaro, che hanno soddisfatto le ragioni dei ricorrenti. "Si è trattato - ha dichiarato la responsabile provinciale del patronato, Stefania Santini - di una vittoria piena e totale, visto che l'Inps, di fronte a dati di fatto inconfutabili, non ha posto appello alle sentenze". "I marinai - ha concluso Santini - hanno visto riliquidate le loro pensioni. Di certo non è restituito il bene più prezioso, l'integrità fisica, ma è resa giustizia con l'applicazione corretta di una norma dello Stato confusa e nebulosa".