Generalmente i farmaci hanno, pur nell’insieme degli effetti non desiderati, virtù terapeutiche in particolari situazioni. Lo stesso non si può dire per i farmaci antipsicotici, il cui scopo dichiarato è quello di inibire chimicamente le facoltà mentali del malcapitato.
Sarà colpito nella sua più intima dignità, apparendo all’esterno come un ebete, incapace di articolare correttamente le parole, lento in tutto, disarmonico nei movimenti e spesso presenterà smorfie facciali, protrusione della lingua e incapacità di controllare la saliva che fuoriesce abbondante dalla bocca.
Il tradimento dei principi
Farmaci di questo tipo dovranno essere somministrati necessariamente contro la volontà della persona (mediante inganno o atti violenti coercitivi-ricattatori) e, anche per questo motivo, il medico che
agisce in questo modo inevitabilmente tradisce i principi etici della Medicina e le stesse finalità dell’atto medico, che dovrebbe essere sempre e solo orientato alla salvaguardia e al miglioramento delle capacità e facoltà umane, nel rispetto della persona.
La somministrazione dei farmaci antipsicotici implica diagnosi di psicosi. Si tratta di una categoria di tipo psichiatrico che non ha per definizione le consuete basi medico-scientifiche (vedi Terra Nuova di gennaio 2009, «Farmaci antidepressivi») e quindi di elevata incertezza diagnostica (nelle sue varie forme come disturbo bipolare, schizofrenia, personalità schizo-paranoide, per citarne alcune attualmente più ricorrenti)...
La versione completa dell'articolo con l'elenco dettagliato degli effetti tossici dei vari medicinali antipsicotici è disponibile nel numero di Aprile 09 di Terra Nuova.
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