Questa è la seconda volta che torniamo in Myanmar, la prima volta siamo stati l’anno scorso, a tre mesi di distanza dalle proteste di settembre. Ci siamo arrivati quasi per caso e, per i dodici mesi successivi, ci siamo portati appresso l’esperienza come un sogno e un desiderio. Siamo eccitati all’idea di tornare in quello che è uno fra i Paesi più affascinanti del mondo.
Il passaggio dalla Thailandia alla Birmania sembra segnato già sulla terra: l’aereo non sorvola più montagne coperte di foreste, ma un territorio vasto e pianeggiante, con pochi alberi in mezzo a distese di terra; si intravedono campi, piccoli villaggi e strade di terra battuta. Ogni tanto, il sole scintilla sulla punta dorata di uno stupa che indichiamo come se fosse una stella cadente. Ad
accoglierci sulla pista dell’aeroporto internazionale di Yangon, ci sono un trattore attaccato a un carrello per il trasporto dei bagagli e due vecchi autobus azzurri, approdati qui direttamente dagli anni Sessanta.
In piedi sulla scaletta guardiamo lo spazio davanti a noi: sappiamo che ci stiamo lasciando alle spalle tutte le nostre certezze e stiamo per entrare in un mondo completamente diverso, affacciato sull’orlo di qualcosa che è impossibile descrivere in una sola parola. Non c’è un nome, infatti, per dire la sensazione di essere privati – all’istante – dei tanti elementi che fanno parte della nostra esistenza, del nostro essere e che diamo per scontati....
La versione completa dell'articolo è disponibile nel numero di Aprile 09 di Terra Nuova.
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