Quello delle transition town – letteralmente «città di transizione» – è un movimento in rapida crescita di cui fanno ormai parte decine di città, paesi e piccoli centri in tutto il mondo, che cercano soluzioni pratiche ai problemi posti dal picco petrolifero e dai cambiamenti climatici.
Dopo avervi raccontato la prima esperienza di Totnes, in Inghilterra, torniamo sull’argomento con un’intervista a Rob Hopkins, ispiratore di quello che si sta rivelando uno degli esperimenti più significativi e innovativi dei nostri tempi, soprattutto per la sua enfasi sulle soluzioni positive e applicabili nell’immediato, e che offre un’alternativa alla portata di tutti all’attuale modello di vita.
Rob, raccontaci un po’ della nascita del concetto di transition town.
È iniziato nel 2004 a Kinsdale, in Irlanda, durante un corso di permacultura che conducevo presso Kinsdale further education college. In realtà si trattava solamente di un progetto di studio per i ragazzi del college, ma catturò subito l’immaginazione di un pubblico più allargato: una volta messo online, infatti, venne scaricato da ogni dove. Capimmo per questo che c’era dentro il germe di qualcosa di veramente importante.
Quando poi mi sono trasferito a Totnes, ho lavorato per i primi 9 mesi per far crescere la consapevolezza sulla questione del picco petrolifero e sui cambiamenti climatici, con la proiezione di documentari e l’organizzazione di dibattiti, facendo sì che la gente si confrontasse su questi argomenti. Tutto questo creò le premesse per il lancio di Transition Town Totnes nel 2006.
Adesso il movimento delle transition town conta oltre 60 città e cittadine. A cosa attribuisci questo successo straordinario?
Innanzitutto ad un approccio propositivo, che si concentra sulle soluzioni piuttosto che sulle colpe. E poi al senso di apprendimento collettivo e aperto: le transition town infatti non propongono un modello rigido, e forse proprio per questo motivo hanno iniziato a fare capolino anche in posti dove non ce lo saremmo mai aspettato.
Quali sono state le reazioni dei governi nazionali e delle amministrazioni locali?
A livello nazionale non abbiamo ancora riscontrato alcun interesse formale, per quanto alcuni membri del parlamento ci abbiano contattato, e abbiamo anche fatto una presentazione alla House of Commons. La cosa interessante però è il numero delle amministrazioni locali che ci hanno chiesto: «come possiamo fare della nostra città una transition town?». Per questo stiamo sviluppando un modello che si possa adattare alle amministrazioni locali.
Alcuni dei politici più illuminati sono ben consapevoli dei problemi legati al picco petrolifero e ai cambiamenti climatici, solo che manca loro un mandato. Molte delle possibili soluzioni infatti sono potenzialmente molto impopolari tra gli elettori: pensate solo al razionamento delle emissioni di CO2 e a tutte le conseguenze che può portare.
Quello che possono fare i progetti di transizione è creare un interesse diffuso e quindi fornire un mandato che consenta alle autorità locali di fare dei passi decisivi nella direzione giusta.....
La versione completa dell'articolo, con l'intervista a Rob Hopkins e la situazione delle transition towns in Italia, è disponibile nel numero di Gennaio 2009 di Terra Nuova.
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