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Le alternative concrete agli inceneritori
21/01/2009 - F.G.
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Incenerire: ormai è questa la parola magica che politici, amministratori e imprenditori del rifiuto pronunciano ogni volta che si parla di immondizia. Malgrado i tanti, tantissimi esempi che mostrano come un’alternativa sia possibile e migliore. Pubblichiamo a proposito un intervento del dottor Federico Valerio, direttore del dipartimento di chimica dell’Istituto tumori di Genova e membro di Italia Nostra.

Nel nostro paese ritorna quello che tanti conoscono come «modello Brescia», cioè incenerimento del rifiuto tal quale, con una raccolta differenziata che non supera mai il 40-45% e che serve soprattutto per far funzionare meglio i forni degli impianti.
Con quei livelli di raccolta differenziata si recupera quello che non è combustibile, come i metalli, o che potrebbe danneggiare la griglia del forno, come il vetro, o che potrebbe creare problemi tecnici, come gli ingombranti. Inoltre, dove c’è un inceneritore la raccolta differenziata della plastica si limita ad intercettare non più del 22-23% del rifiuto e, normalmente, la metà è inviata all’impianto perché senza plastica il potere calorifico di quello che resterebbe negli scarti indifferenziati non giustificherebbe, dal punto di vista economico, nessun impianto di incenerimento con recupero energetico.

Prima del gran clamore sull’emergenza Napoli che si trascinava nel silenzio dei media da circa 14 anni, il Modello Brescia incontrava qualche difficoltà: l’esclusione dei Certificati Verdi per la quota di materie plastiche incenerite per i nuovi impianti; la presa di posizione di centinaia di medici; la vittoria del no al referendum per un inceneritore a Firenze; il successo della raccolta differenziata porta a porta in importanti città; il crescente successo di trattamenti a freddo.
Anche l’accresciuta domanda di materie seconde (carta, plastica, metalli) sul mercato internazionale e la conseguente crescita del valore di queste merci favoriva il riciclo, che cominciava ad entrare in forte concorrenza con la cosiddetta termovalorizzazione. Poi, con la scusa dell’emergenza rifiuti della Campania e l’emergenza prossima ventura di Palermo, Roma e Firenze, sono stati reintrodotti i CIP 6 e oltre ai 4 termovalorizzatori campani, se ne propongono altri 80 sull’intero territorio nazionale, da aggiungere ai 50 già operativi.
Si tratta di uno scenario obsoleto, che farebbe dell’Italia il paese con la più alta percentuale di incenerimento al mondo; uno scenario senza futuro e tutto a carico delle famiglie italiane....

La versione completa dell'articolo, con l'intervento del dottor Federico Valerio e le proposte concrete di Italia Nostra Genova, è disponibile nel numero di Gennaio 2009 di Terra Nuova.

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