La meditazione come «strumento» per incidere positivamente sull’equilibrio psicofisico, per sviluppare la capacità di concentrazione e predisporre a migliori relazioni con gli altri: è la tesi alla quale è giunta anche la letteratura scientifica convenzionale, che negli ultimi anni ha dedicato grande attenzione a queste pratiche.
La meditazione è dunque assurta ufficialmente a meccanismo scientificamente studiato e spiegato e una gran parte del mondo accademico non la guarda più con diffidenza. Lo dimostrano gli oltre 1500 studi scientifici pubblicati in pochi anni su riviste mediche e inseriti nella banca dati Med-Line, un grande database della scienza medica messo a disposizione dalla National Library of Medicine degli Stati Uniti.
Addirittura, come sostengono al California Pacific Medical Center di San Francisco, esiste una considerevole mole di prove secondo le quali la meditazione agisce sull’insieme mente-corpo e che oltre a rappresentare un utile percorso di autoconoscenza può essere usata con efficacia nei trattamenti medici convenzionali per un gran numero di problemi clinici.
Monaci sotto esame
Il primo studio sistematico sugli effetti della meditazione sulla mente si deve a due ricercatori giapponesi: Akira Kasamatsu e Tomo Hirai, che nel 1966 testarono per lungo tempo 48 tra monaci zen e studenti, con una pratica di meditazione che andava da uno a venti anni. Le misurazioni effettuate con l’elettrocardiogramma e l’elettroencefalogramma rilevarono un aumento dell’ampiezza e della regolarità delle onde alfa a livello dei lobi frontali, anche a occhi semiaperti; una riduzione significativa del consumo di ossigeno, della frequenza respiratoria e di quella cardiaca........
La versione completa dell'articolo è disponibile nel numero di Dicembre 2008 di Terra Nuova.
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