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L'economia palestinese sta morendo
27/10/2008 - C.B.
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Ramzy Baroud, giornalista del Palestin Chronicle e autore del libro "La seconda Intifada: cronaca di una battaglia civile" (Pluto Press, in stampa), ha scritto un articolo spiegando come l'economia palestinese stia soffocando trascinandosi dietro la vita di un intero popolo.

La Banca Mondiale non ha nascosto il fatto che le restrizioni israeliane appaiono responsabili degli alti tassi di povertà che nella striscia di Gaza hanno raggiunto il 79,4 per cento e in Cisgiordania il 45,7 per cento. Ha quindi concluso che  "con una popolazione crescente e un'economia che si contrae, il Pil reale pro capite è attualmente inferiore del 30 per cento rispetto ai dati del 1999" e ha aggiunto che "con il dovuto riguardo alle preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza, tutti concordano sull' effetto paralisi che gli ostacoli fisici hanno provocato all' economia palestinese".

Con un'economia in declino, una mancanza di progetti di sviluppo e le restrizioni, i palestinesi sono costretti a ricorrere sempre più spesso agli aiuti esteri, che sono in larga parte controllati da interessi politici.
Nessuna economia veramente libera e indipendente potrebbe fiorire sotto occupazione; i lavoratori, gli agricoltori e la classe media palestinesi sono strati della società che da un lato hanno guidato la rivolta per mettere fine all'occupazione e dall'altro hanno resistito alla corruzione locale.

In Cisgiordania, le sventure economiche palestinesi si vanno a combinare con una tremenda crisi idrica, un incubo per gli agricoltori che stanno già lottando. Secondo un'indagine recente condotta da B' tselem, centro israeliano per i diritti umani, una famiglia israeliana consuma in media una quantità d' acqua maggiore di 3,5 volte rispetto a una famiglia palestinese. B' tselem condanna Israele per le rigide restrizioni che impediscono ai palestinesi di scavare nuovi pozzi.

Mentre molti agricoltori si sono visti privati dei loro mezzi di sussistenza, le persone qualunque devono spendere una larga fetta dei loro scarsi guadagni per comprare acqua. Un'inchiesta recente dell’Onu, stima che i palestinesi delle comunità maggiormente colpite spenderebbero dal 30 al 40 per cento dei loro guadagni per acquistare l'acqua consegnata dalle autocisterne.

Come si può aspirare a un'economia sostenibile con un livello di crescita sensibile in queste condizioni?

Se la situazione è difficile in Cisgiordania, a Gaza è addirittura impossibile. Un'indagine condotta a marzo e sponsorizzata da Amnesty International, Care International UK, Christian Aid, Oxfam e altri ancora, definiva la situazione nella striscia come la peggiore crisi umanitaria dall'inizio dell'occupazione israeliana nel 1967. La stessa inchiesta chiedeva a Israele di cambiare le sue politiche nei confronti di Gaza.

Sempre secondo l'indagine, l'80 per cento della popolazione di Gaza confida negli aiuti alimentari. Circa 1,1 milioni di persone ricevono sussidi alimentari dalle agenzie Onu, che stanno a loro volta lottando per operare nonostante i tagli al carburante e il quasi totale isolamento di Gaza.

Al contrario della Cisgiordania, lo scopo di Gaza non è lo sviluppo economico, ma la mera sopravvivenza. L'affidamento di Gaza agli aiuti alimentari è aumentato di dieci volte dal 1999, secondo l'inchiesta. Allo stesso tempo, il 98 per cento delle industrie di Gaza non lavora più, lasciando disoccupati migliaia di operai e portando alla rovina numerose famiglie.

Altrettanto scoraggiante è il fatto che l'Autorità palestinese in Cisgiordania abbia avuto un ruolo attivo nella chiusura delle associazioni benefiche musulmane, asili, orfanotrofi e scuole nel continuo tira e molla tra i rivali Fatah e Hamas. È intollerabile che le ostilità da ambo le parti siano cresciute a tal punto da andare a colpire le fasce più deboli della società: orfani, vedove e invalidi fisici e mentali. Circa 82 bambini non sono tornati a scuola quest' anno: sono rimasti uccisi l'anno scorso. E oltre un milione di studenti dovranno oltrepassare circa seicento checkpoint militari israeliani. Con la chiusura delle scuole gestite da associazioni benefiche musulmane, centinaia di studenti perderanno il loro diritto all'istruzione.

Il sistema economico palestinese non può basarsi sui sussidi delle associazioni. I palestinesi necessitano uno sviluppo economico sostenibile, con prospettive di lungo termine, che possa rinnovare le economie della Cisgiordania e di Gaza e impieghi le preziose risorse umane disponibili.


Fonte: Countercurrents.org

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