Questo mese andiamo alla scoperta dell'Albania, attraverso la storia di un gruppo di italiani appassionati di trekking, partito dal Belpaese e voglioso di comprendere e ammirare questa vicina e sconosciuta terra.
Riportiamo dal testo, pubblicato nel numero di Ottobre 2008, uno stralcio del loro diario di marcia che racconta di questo fantastico viaggio...
......"Voskopoja?… Kembe?. Il viso del pastore albanese oscilla tra l’incredulo e il compiaciuto quando nel nostro stentato albanese cerchiamo di chiedere se la strada è giusta e otteniamo solo queste parole in risposta alla nostra domanda. Voskopoja è il nome del paese dove dobbiamo arrivare tra almeno tre giorni. Kembe invece significa gambe, ed è il fatto che abbiamo intenzione di arrivarci a piedi che lo rende perplesso anche se ci vede ben equipaggiati, forse anche troppo, visto che qui i pastori non nazione così vicina, ma così distante, che difficilmente invoglia il turista per molte ragioni, tra cui una certa diffidenza con la popolazione che qui in Italia spesso è protagonista di episodi di cronaca e per la nostra ignoranza, nel senso di non conoscenza, anche per mancanza di guide o materiale, sulle ricchezze culturali e naturalistiche della nazione.
L’inizio di quest’avventura dal paesino di Kapinova, che abbiamo raggiunto dopo un traballante viaggio a bordo di un furgon partito da Berat e pieno di gentili e curiosi albanesi che ci chiedevano stupiti cosa andassimo a fare al loro paese, non è dei più incoraggianti; il caldo del pomeriggio, la salita lungo un dedalo di sentieri sotto il sole, la mancanza di punti di riferimento ci fa subito desistere e rimandare al giorno dopo la partenza della nostra camminata e ci fermiamo in una radura presso le case più periferiche del paese.
L’indomani, con il fresco ripartiamo seguendo sempre il sentiero più battuto in salita e iniziamo a incontrare pastori, che si spostano a dorso di mulo o a piedi con i loro greggi, e poi gli spaccapietre del Tomorit che a gruppi di tre, quattro persone vivono in misere capanne nelle praterie brulle della montagna, sopra i 1500 metri e lavorano in condizioni incredibili sfruttando una zona di roccia calcarea, che si sfalda in sottili lastre, che vengono usate per rivestimenti e come tegole.
L’arrivo alla Teqe, una sorta di moschea costruita sul crinale del Tomorit, ci presenta un’altra sorpresa. Siamo in uno dei luoghi sacri per i musulmani albanesi, che sono prevalentemente aderenti alla setta dei Bektashi, una corrente religiosa che si rifà all’ordine dei Dervisci sorta in Turchia nel XV secolo, più tollerante e più aperta anche alle altre religioni, e che proprio sulla cima più altra della montagna ospita la tomba del suo fondatore. Ogni agosto pellegrini provenienti da tutta l’Albania si ritrovano qui e dopo i sacrifici rituali di montoni e galline salgono fino al piccolo mausoleo a oltre 2400 metri d’altezza da cui, mi raccontano, di notte si vedono persino le luci di Bari"...........
La versione completa dell'articolo disponibile nel numero di Ottobre 2008 del mensile Aam Terra Nuova.
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