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Editoriale
Il monopolio della biodiversità di Mimmo Tringale
Parigi e Longyearbyen sono gli scenari di due storie lontane migliaia di chilometri,
ma con un soggetto in comune: il controllo della biodiversità.
A Parigi, Kokopelli, l’associazione conosciuta in tutto il mondo per il suo impegno a favore della biodiversità, è stata condannata per scambio e vendita di sementi di antiche varietà. Accusata dalla ditta sementiera Baumaux per concorrenza sleale, Kokopelli dovrà pagare un’ammenda di 35mila euro e probabilmente sarà costretta a rinunciare per sempre alla sua attività.
La notizia ha avuto poco risalto sui media nazionali, che invece hanno dato ampio spazio alla realizzazione a Longyearbyen, nel desolato arcipelago delle Svalbard, un migliaio di chilometri dal Polo Nord, della superbanca destinata a custodire i semi di tre milioni di varietà di piante di tutto il mondo. Scavata nel granito, protetta da due portelloni a prova di bomba con sensori anti intrusione con mura di cemento armato spesse un metro, la banca servirà a «conservare la biodiversità agricola mondiale ». Quello che non si legge sui giornali è che il principale finanziatore dell’iniziativa è la Fondazione Rockefeller, insieme a Monsanto e Syngenta (i due colossi Ogm), e Pioneer Hi-Bred che studia ogm per la DuPont. Come mai tanta generosità? Secondo la Fao, in tutto il mondo oggi si contano circa 1.400 banche di semi, la maggior parte di esse sono negli Usa e le più grandi sono sotto il controllo di Monsanto, Syngenta, Dow Chemical e DuPont, che ne ricavano i corredi genetici da modificare.
Ora tutto sembra più chiaro: da una parte imporre gli ogm come scelta irreversibile, dall’altra acquisire il monopolio del patrimonio genetico mondiale perché, come affermò un giorno Henry Kissinger: «Chi controlla il petrolio controlla il Paese; ma chi controlla il cibo, controlla la popolazione».