Lo spazio in cui si lavora è una piccola vasca calda e accogliente, in un ambiente ben areato e luminoso. Le mamme arrivano con un fagottino in braccio, dal quale spuntano occhi curiosi, suoni e parole di un mondo che cresce. Siamo accanto alla piscina, finiamo di spogliare i bambini e ci avviamo alle scale che ci porteranno in acqua. Il rumore dell’acqua, il suo continuo cambiamento, il colore, le voci di mamme e bambini, tutto si fonde in un’atmosfera serena, di piacere.
Gli occhi delle mamme brillano, sono emozionate. Il loro bambino può avere due o nove mesi, il sentimento che le accompagna è lo stesso legato al diletto da procurare al loro piccolo e a loro stesse.
Lo sanno: sono qui non per imparare una tecnica, ma per fare una ricerca. Non per trasformare il loro bambino in un delfino o in un provetto nuotatore, ma per affinare la loro relazione, capirlo, farsi capire, riconoscere e assecondare il bisogno del momento, essere propositive, ma nello stesso tempo rispettose della natura del loro piccino.
Entrare in acqua comporta variazioni a livello fisico e a livello emozionale. Sia mamma che bambino nei primi momenti d’immersione devono adattarsi al cambiamento tra asciutto e bagnato, e alla temperatura. L’acqua cambia i parametri della statica e offre un sostegno globale, procura un massaggio costante, unifica la coppia mamma bambino, li avvolge, li porta.
Quando la mamma si immerge in acqua per la prima volta insieme al suo bambino, scopre che persino il gesto del tenerlo in braccio ha bisogno di una diversa attenzione e partecipazione. Lo stato di leggerezza la emoziona; percepire questi gesti come un’avventura la fa sentire valida, ride, gli occhi le brillano, le spalle si tendono per stringere un po’ di più: che la presa non sfugga! Dalla bocca le escono esclamazioni di una gioia che viene da lontano. La pelle porta il ricordo delle sue prime immersioni in acqua da bambina e tutto questo si mischia a pensieri più recenti, quando immaginava il suo piccolo, muoversi in acque che lei stessa gli metteva a disposizione. Adesso eccola in acque che contengono: lei, i suoi pensieri, le emozioni, i ricordi e il figlio. Gioia e inquietudine si alternano a seconda della relazione che ha instaurato con il suo piccolo.
Cosa vuole da lui? Vuole che la stupisca? Vuole che il bambino si mostri divertito? Vuole che il bambino si rilassi? Chi accompagna questa magnifica coppia nei primi passi, ha un’idea chiara in testa: “l’attività acquatica da noi praticata ha come obiettivo la gioia e il rispetto del bambino”.
Se noi vediamo l’acqua come sorgente di vita, come un mezzo per purificare, forse possiamo aiutare la madre tramite questa esperienza a decodificare i propri comportamenti e a cambiare quindi il suo ruolo di accompagnatore. L’attenzione al segnale e il saper aspettare sono le qualità del genitore in acqua. I cambiamenti, in questo elemento, avvengono piano. Il bambino esprime la qualità del suo benessere attraverso comportamenti costanti: apertura e chiusura, rilassamento e stato di fermo. L’apertura si traduce in benessere ed è associata ad un comportamento attivo e comunicativo.
Lo stimolo dell’acqua
Il bambino muove gambe e braccia, guarda in giro, assaggia l’acqua, crea giochi e movimenti secondo le sue possibilità. Nella chiusura il piacere sparisce e il bambino si mostra fisso e stanco. Prima di piangere si piega su se stesso. L’immobilità è un segno forte, non va trascurata. Può significare tante cose: paura, stanchezza, freddo, bisogno di contatto.
Per sfruttare al meglio gli stimoli offerti dal mezzo acquatico, il genitore deve essere in grado di accompagnare il bambino nella ricerca dell’equilibrio e di proteggere la sua respirazione. Via via che il bambino gradisce lo stare in acqua e si sviluppa, domanda un accompagnamento più dinamico e questo esige dall’adulto ascolto e attenzione ai segnali, in modo da non frenare, né spingere.