Villaggio dei popoli, Mappamondo, Chico Mendez, Mandacarù, sono alcuni dei nomi che contraddistinguono le “Botteghe del Terzo Mondo”, sorte numerose negli ultimi anni in molte città. Ciò che accomuna questi piccoli empori dai nomi insoliti, nati quasi sempre per iniziativa diretta di gruppi e di associazioni dell’area della cooperazione internazionale e dell’impegno militante nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo” è la vendita di prodotti alimentari e di manufatti artigianali provenienti dal Sud del mondo attraverso il circuito del “Commercio Equo e solidale”. Un’espressione diventata una sorta di marchio di qualità per un gran numero di prodotti presenti oramai non solamente nelle botteghe specializzate, ma anche nei negozi di alimenti biologici e nei supermercati. Ad accomunare gli arazzi andini con il caffè del Nicaragua e lo zucchero integrale di canna delle Filippine è la scelta di realizzare scambi commerciali basati su regole tutte nuove, dove le motivazioni di natura etica per la prima volta hanno il sopravvento su quelle di carattere economico.
Etica e solidarietà
Cosa c’entra l’etica e la solidarietà con gli scambi commerciali? Le disastrose condizioni sociali, alimentari ed economiche dei paesi poveri, dove è concentrato il 40% della popolazione mondiale che soffre la fame o vive una condizione di sottoalimentazione cronica, hanno da sempre ispirato in Occidente, iniziative di carattere umanitario. Ma nonostante le ingenti risorse umane e finanziare impiegate, fino ad oggi i risultati dei numerosi programmi di aiuti sono stati più che deludenti.
Vuoi perché indirizzati alla risoluzione di problemi contingenti di particolare gravità (siccità, carestie, epidemie), vuoi perché condotti con il semplicistico intento di esportare modelli di sviluppo e tecnologie tutte occidentali, non appropriate alle specificità dei paesi in cui gli interventi erano diretti.
Accanto a chi si limita ad inviare aiuti alimentari, a costruire autostrade nelle foreste tropicali o a realizzare impianti industriali destinati a rimanere inutilizzati per la carenza di infrastrutture, c’è chi, come i sostenitori del commercio equo e solidale, ha deciso di intervenire direttamente sui perversi meccanismi che regolano gli scambi internazionali, individuati come la principale causa del sottosviluppo e della dipendenza economica del Sud del mondo.
Da qui al tentativo di realizzare scambi commerciali più equi, in grado di valorizzare le potenzialità produttive già presenti nei paesi in via di sviluppo e stimolarne delle nuove secondo modelli propri di ciascun paese, il passo è stato breve.
L’idea di instaurare rapporti commerciali fondati, anziché su un semplice calcolo speculativo, su precise convinzioni etiche rinunciando ai privilegi che il mercato internazionale garantisce ai paesi più ricchi, è nata in Olanda agli inizi degli anni Sessanta e si è poi rapidamente diffusa in tutta l’Europa del Nord. In Italia, le prime iniziative legate al commercio equo e solidale risalgono all’inizio degli anni ’80 per opera del gruppo Mani Tese. Qualche anno più tardi, a Bolzano viene fondata la Cooperazione Terzo Mondo oggi Consorzio CTM Altromercato che grazie alle 115 botteghe associate e alla fitta rete di negozi di prodotti di alimenti biologici e di catene della grande distribuzione serviti, rappresenta l’organismo di settore più presente nel nostro paese.
Oggi sono quattro network internazionali (IFAT, EFTA, FLO, News) gestiscono la distribuzione di prodotti alimentari e artigianali provenienti da cooperative e piccoli produttori di paesi in via di sviluppo secondo un codice di ”commercio equo e solidale” (Fair Trade), che prevede assistenza ai produttori e prezzi più remunerativi e stabili di quelli di mercato, in modo da garantire condizioni di vita e di lavoro dignitose.