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Holy Island: L'isola sacra dei Celti
18/07/2007 - Mimmo Tringale
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Sognate un’isola tutta per voi, lontana dal turismo di massa, senza auto, discoteche e pizzerie sul lungomare? Non serve fare tanta strada o lambiccarsi il cervello alla ricerca di qualche atollo sperduto. Il paradiso è molto più vicino di quanto pensiate.

Sebbene sia lunga poco più di due miglia e distante meno di mezz’ora di battello dalla più grande e turistica isola di Arran, Holy Island è un vero e proprio paradiso naturalistico e per fortuna una delle isole meno frequentate della Scozia orientale.
A guardarla dal porto di Lamlash sembra poco più di una grande scoglio brullo, buono al massimo per proteggere la baia dai violenti venti che spazzano per quasi tutto l’anno il fiordo di Clyd; ma appena vi si mette piede, si rimane colpiti dall’atmosfera senza tempo che ammanta tutta l’isola.
A dominare il paesaggio è il rilievo centrale di Mullach Mor, le cui propaggini arrivano quasi fino al mare, tanto da lasciare solo una stretta fascia pianeggiante lungo tutta la costa.
Sarà per la scarsa superficie coltivabile o per l’intensa forza che sembra sprigionarsi dalla natura, ma da sempre quest’isola è stata meta di santi e asceti.

Spiriti dell’acqua
I Celti la chiamavano Inis Shroin, ossia isola degli spiriti dell’acqua, perché insieme al mare e al vento é l’acqua dolce, con le sue sorgenti cristalline e le improvvise cascate, l’altro elemento preponderante di Holy Island. Essendo stata da sempre scarsamente abitata, la storia scritta di questa minuscola isola si racconta in poche righe.
Frequentata in epoche remote dai Celti, durante il VI secolo ospitò per molti anni San Molais, giovane erede alla corona dell’Ulster, il quale però preferì la vita di asceta a quella di corte.
Come il nostro San Francesco, San Molais visse in estrema povertà in una grotta situata sulla costa orientale dell’isola, dove ancora oggi è possibile ammirare una grande croce incisa sulla roccia. Le cronache del tempo ne parlano come di un uomo molto pio, in grado di compiere miracolose guarigioni e la stessa piccola sorgente che sgorga nei pressi della spoglia caverna del santo sembra essere dotata di proprietà miracolose.
Da allora, l’isola ha accresciuto la sua fama di luogo santo, fino a diventare sede di un prestigioso monastero, di cui rimangono oggi solo le fondamenta.

Rododendri e blu bells
Ma più che la storia, quello che attira il visitatore è l’impareggiabile ricchezza della flora e della fauna, il cui massimo splendore si raggiunge all’inizio dell’estate, quando i secolari biancospini, gli onnipresenti rododendri e le tenere blue bells (piccole campanule di un bel blu intenso) in piena fioritura, riempiono di vivaci chiazze colorate ampie zone dell’isola. L’unica strada esistente é il comodo sentiero pedonale (ovviamente non ci sono auto) che corre lungo la costa orientale, unendo le due punte estreme dell’isola: il capo nord, dove è situata la vecchia fattoria ora adibita a foresteria, e il capo sud sede del faro e di un grande cottage, utilizzato dal Centro di Buddhismo Tibetano di Samyé Ling come luogo di ritiro. In tutto, nell’isola vivono stabilmente non più di una decina di persone, tra cui alcuni monaci, ma la loro presenza è molto discreta. Costeggiando il mare, non è difficile incontrare le piccole capre bianche di razza Sanaan oramai inselvatichite, testimoni di arcaiche forme di agricoltura praticate un tempo nell’isola; mentre sui pendii più scoscesi pascolano indisturbate pecore dalle grandi corna ricurve, simili più a piccoli mufloni che ai placidi animali di casa nostra. Si tratta della Soay, razza autoctona, un tempo presente in tutta la Scozia, una delle poche al mondo a non richiede la tosatura e di cui in tutta l’isola sono presenti tre greggi. Il principale richiamo faunistico è comunque rappresentato dalla piccola mandria di pony, originari della vicina isola di Eriskay. Si tratta di una razza molto rustica, introdotta anni fa nell’isola per il trasporto di alghe e torba, oggi tornati a vivere nuovamente allo stato brado.

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