In questo articolo vengono illustrati alcuni elementi conoscitivi sull’argomento che potranno essere di chiarimento e di guida per il lettore non specialista.
Va intanto riconosciuto che la ricerca e lo sviluppo industriali hanno prodotto plastiche per alimenti dotate di eccellenti proprietà che consentono di proteggere cibi e bevande dal deperimento causato da agenti chimici e fisici o dalla contaminazione batterica dovuta al contatto con altri prodotti, dalla manipolazione e da agenti patogeni presenti nell’aria.
Ma quali sono gli effetti del contatto tra Pvc e cibi e quali rischi per la salute possono derivarne?
Per rispondere a queste domande è necessario conoscere - seppure a grandi linee - alcune caratteristiche di questa plastica.
Il Pvc è un polimero, un insieme cioè di singole molecole di cloruro di vinile unite a formare una trama di lunghe catene, dotato di trasparenza, impermeabilità a liquidi e gas, capacità isolante termica ed elettrica e resistenza meccanica.
Occhio agli ftalati
Per essere reso adatto ad avvolgere o contenere alimenti, deve essere arricchito dall’aggiunta di alcune sostanze, dette additivi plasticizzanti, che sono incorporate durante la polimerizzazione conferendogli l’elasticità e la flessibilità richieste. I principali additivi utilizzati in questo tipo di Pvc sono gli ftalati ed è su di essi che è tuttora aperto un acceso dibattito su loro possibili effetti negativi sulla salute umana. Gli ftalati possono rappresentare fino a oltre il 40% in peso del Pvc morbido, sono quasi insolubili in acqua ma si sciolgono facilmente in alcool e nei grassi.
Poiché gli ftalati non formano legami stabili ed irreversibili con il Pvc che li contiene, in caso di contatto con alimenti oleosi o comunque contenenti grassi essi tendono a fuoriuscire dalla matrice di Pvc e a migrare nell’alimento. Ovviamente, maggiore è il contenuto in grassi del cibo o della bevanda, maggiore sarà la quantità di ftalati trasferita, così come ad un tempo più prolungato e ad una più elevata temperatura di contatto corrisponderà maggiore contaminazione dell’alimento.
Il più completo e qualificato archivio della letteratura scientifica biomedica (la National Library of Medicine di Washington, consultabile in linea all’indirizzo Internet, http://www.ncbi.nlm.nih.gov/PubMed/) riporta circa 650 lavori scientifici pubblicati negli ultimi trent’anni sugli ftalati e i loro effetti biologici. La maggior parte di questi lavori condotti su sistemi cellulari in vitro o in modelli animali in vivo - documenta danni da esposizione agli ftalati soprattutto nel periodo pre-e perinatale e a carico prevalentemente del rene, del fegato e dei meccanismi ormonali che regolano l’apparato riproduttivo.
Da questi studi si deduce che gli ftalati inducono danni evidenti soltanto se somministrati in quantità elevate ed è sicuramente vero che la quantità di ftalati negli alimenti e bevande che sono stati a contatto con Pvc morbido - se riferita alle quantità dimostrate tossiche negli studi sperimentali - non rappresenterebbe un rischio significativo per la salute. Per questo agli ftalati è stato assegnato un modesto potenziale di tossicità per l’uomo. Ma assenza di dimostrazione di danno non significa dimostrazione dell’assenza di danno e i pur moderati effetti tossici degli ftalati consigliano qualche riflessione, in particolare per quanto riguarda la loro azione sul sistema endocrino. Gli ftalati infatti interferiscono con i sistemi ormonali in maniera analoga a quella con cui agiscono numerose altre sostanze sintetiche molto diffuse nell’ambiente e a cui noi tutti siamo quotidianamente esposti.