Il nome suscita curiosità, perplessità e dubbi, ma l’entusiasmo delle donne che abitualmente le utilizzano dà proprio l’idea che le cosiddette «coppette mestruali» rappresentino una grande liberazione. Ma di cosa si tratta concretamente? Come dice il nome, si tratta di piccole coppette che tenute nella vagina, durante il ciclo, hanno la funzione di raccogliere il sangue mestruale. Sembra che la loro prima antenata fosse un curioso strumento di forma cilindrica che inserito in vagina rimaneva appeso, tramite un filo, a una specie di cintura di castità. Era il 1867 e l’invenzione non ebbe grande popolarità.
Nel 1937, una certa Leona Chalmers, con l’aiuto di alcuni ginecologi, ideò un nuovo modello di coppetta, molto simile nella forma ai modelli oggi in commercio. Il fatto che fossero realizzate in gomma vulcanizzata molto rigida, il clima sessuofobico dell’epoca e la convinzione che il contatto con il sangue mestruale, ritenuto «impuro», fosse da evitare (convinzione oggi non del tutto scomparsa…), non contribuì certo alla loro diffusione.
Così le coppette sono rimaste nel dimenticatoio fino alla fine degli anni ’80, quando in America sono tornate alla ribalta, questa volta con grande successo grazie all’uso di materiali più flessibili e le remore di carattere sessuale.
In Italia le coppette sono arrivate da non più di tre anni e in questo lasso di tempo ne sono state vendute, secondo i dati riferiti dalle aziende importatrici, oltre un migliaio di esemplari. In commercio se ne trovano due tipi…
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