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Rimanere A Casa
20/03/2006 - Etain Addey
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"La cosa più radicale che puoi fare è rimanere a casa". Consiglio apparentemente incredibile, perché è stato dato al giovane poeta Gary Lawless proprio da Snyder, personaggio-simbolo della generazione on the road. Grande amico di Kerouac e reduce di lunghi viaggi per mari e monti.

Gary Lawless difatti ha abbracciato la vita in campagna nel nativo Maine con la dichiarata intenzione di ascoltare il suo luogo. "I nostri corpi ancora dialogano con il pianeta ma le nostre teste lo negano". Voleva provare cosa si scopre se ci si dedica al proprio luogo e le sue poesie comunicano questo conversare che lui approfondisce ancora, umilmente, con la brezza marina, l’abete rosso, le nebbie, i ghiacci, le strolaghe dei laghi di casa.
In Cercando i fiumi, ci affida il segreto, quello che ha scoperto. E’ interessante perché è solo una percezione che solo la poesia può spiegare – non la si troverà in nessun manuale di lavoro, ma è il segreto che potrebbe salvare la nostra umanità. Ed è questo – non siamo soli: ci sono quelli che gli indiani d’America chiamano “tutti i nostri parenti”, tutti gli esseri viventi, che non ci ignorano, ci parlano – se siamo lì in ascolto. "Gli uccelli parlano mentre volano sopra le nostre teste. Tutto parla. Viviamo in una conversazione ininterrotta di vita e di luce, luce filtrata attraverso i sassi, attraverso la nebbia, riflessa nel ghiaccio, luce che riscalda la pelliccia, che riscalda la pelle… Questa volta non so se sono caribù o la balena, uomo o donna." Può sembrare una fantasia mistica, ma non lo è. E’ anzi un atteggiamento che ha delle conseguenze pratiche importanti, come ho potuto constatare di persona.

Affondare le mani nella sostanza
Nel 1975, ho comprato un podere abbandonato vicino a Gubbio – venti ettari di pascolo e bosco e un casale abitabile solo in un’ottica da barbone, che mi andava bene. Ho lasciato un lavoro a Roma che mi aveva permesso una bella vita nel mondo dell’industria farmaceutica multinazionale, dove già si cominciavano a vedere gli effetti devastanti della globalizzazione. E sono venuta con una figlia di tre anni su questi ‘greppi’ umbri, senza la più pallida idea di come si accende un fuoco, come si tiene in mano una zappa o come distinguere una piantina di pomodoro da un cardo. Sono venuta qui perché sentivo in modo poco chiaro che un giusto vivere non era possibile in città, da stipendiata, senza che potessi avere a che fare con la materia, affondare le mani nella sostanza. Mi sembrava che fra me e il mondo ci fosse un velo che mi impediva di farne parte. Avevo anche un senso di nausea per quel mondo senza limiti interni, senza necessità, dove tutto si poteva comprare.
Ero di quella generazione cresciuta senza stenti, che poteva mangiare, studiare, viaggiare (anche se in autostop) e viaggiando, ho visto che c’era gente che ancora si identificava con un luogo, ne faceva parte, accettava di farsi definire dalla natura del loro posto. A me questo appartenere mi mancava così tanto che ero disposta a campeggiare in questo casale freddo e mezzo pericolante e imparare. Mi ripetevo sempre che i mestieri della sopravvivenza umana non possono essere estranei a un essere umano. Adesso se ripenso alle ripetute volte che il pastore vicino mi ha mostrato come fare per accendere un fuoco e non farlo spegnere, mi viene da ridere: ho messo del tempo per accettare che con il mondo materiale non si può barare.
O c’è la legnetta secca che serve o non c’è: non è come l’ufficio pubblicità dell’industria farmaceutica dove si compiono magie nere con le parole.

Gli abitanti veri
Durante gli anni dei viaggi con lo zaino, credo che molti abbiano scoperto che il vero viaggio è solo quello rispecchiato da un viaggio interiore. Se non avviene l’avventura parallela, il viaggio esterno non ci illumina. Quando andiamo in un luogo dove la gente è ancora “abitante vera”, ci sentiamo vicini alla verità, a delle possibili rivelazioni. I luoghi ‘turistici’ invece ci comunicano solo smarrimento. Cos’è che cerchiamo nei vicoli del ‘terzo mondo’? O nei centri storici delle vecchie città? Un senso di vita tradizionale, modi di vivere coerenti con il luogo, culture ‘indigene".

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