Tra le numerose misure varate in sordina dal Governo negli ultimi giorni dell'anno appena concluso vi sono due decreti passati quasi inosservati nonostante riguardino la sospensione dell'autorizzazione alla vendita di ben 126 acque minerali. I provvedimenti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 305 del 30 dicembre 2004 rappresenta in realtà due atti dovuti dopo che a tutte le aziende imbottigliatrici che operano in Italia, era stato chiesto di presentare entro il 31 ottobre 2004 i certificati di analisi che attestassero la conformità dell'acqua minerale da loro prodotta, alla Direttiva europea 2003/40 (in particolare, l'adeguamento riguardava nuovi parametri più restrittivi per minerali: antimonio, arsenico e manganese).
Alla scadenza del termine, poco più della metà delle aziende del settore, 164 su 290, hanno inviato il certificato d¡ analisi richiesto. Di questi, ben 11 presentavano valori superiori ai limiti massimi di arsenico o manganese consentiti. Delle altre 115 acque minerali, il ministero non ha avuto notizie. Da qui i due decreti che sospendono l'autorizzazione alla vendita delle acque minerali in questione, a partire dal 1°di gennaio 2005. La notifica è stata inoltrata anche alle autorità sanitarie regionali, cui spetta tramite le Asl di competenza, la verifica che le aziende interessate rispettino il decreto di sospensione.
Un monopolio super protetto
Per i portavoce di Mineraqua, l'associazione che riunisce l'80% delle marche delle acque minerali in commercio, i decreti riguardano una piccolissima quota del mercato. In realtà, è solo l'ultimo di una sequela di episodi che vede protagoniste le acque minerali, uno dei settori più protetti e più remunerativi dell'agro-alimentare.
Già il 29 dicembre 2003 il Ministro Sirchia aveva emanato, alla chetichella, un decreto ministeriale che introduceva limiti di tolleranza per sei categorie di pericolosi inquinanti indicatori d'inquinamento delle falde e delle sorgenti: oli minerali, idrocarburi policiclici aromatici, pesticidi, tensioattivi, policlorobifenili, composti organoalogenati. Tale decreto era finalizzato al recepimento della direttiva europea 2003/40/CE del 16 maggio 2003, la quale non contempla in alcun modo l'introduzione di limiti meno restrittivi per questi contaminanti, talmente tossici che fino a ieri erano rigorosamente vietati anche in quantità infinitesimali.
Guarda caso, nell'estate precedente, un'inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Torino aveva accertato che 23 delle 28 marche di acque minerali analizzate non rispettavano l'obbligo di legge di essere completamente prive delle sostanze tossiche in questione; successivamente il numero delle marche non in regola è salito a 86. Invece di affrontare all'origine le cause dell'inquinamento, il Ministro della Salute si è inventato un singolare espediente giuridico, che non ha alcun riscontro nella normativa comunitaria, grazie al quale le acque minerali inquinate diventano miracolosamente pure.
Meglio l'acqua di rubinetto
Un altro paradosso poco conosciuto dell'universo minerale è che al di là di quello che il buon senso suggerirebbe, i parametri di qualità previsti dalla legge italiana per l'acqua potabile sono più restrittivi di quelli richiesti per le acque minerali. La differenza era ancora più marcata fino al maggio del 2001, quando in seguito all'avvio di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia da parte dell'Unione europea, è stato emanato un Decreto ministeriale per abbassare per le acque minerali i limiti di arsenico totale, cadmio, piombo, boro, nitriti e bario. Nonostante le osservazioni della Commissione europea che ha chiesto ufficialmente al Governo italiano di chiarire il perchè del paradosso, l'Italia continua ad essere l'unico paese al mondo a vantare norme per l'acqua potabile più restrittive rispetto a quelle richieste per l'acqua di rubinetto.