30 Giugno 2011
Sono stufa degli alternativi bacchettoni
Gentile redazione e cari lettori, ci sono state in questi mesi diverse lettere che mi hanno fatto riflettere e mi hanno anche fatto venire la rabbia dentro, ma ammetto di scrivere in un momento di profonda disillusione...
Lettera di Paola
Vegetariana da 25 anni e innamorata frequentatrice dell'India da più o meno lo stesso tempo (da lì è partita la mia scelta vegetariana), nel 1996 ho incontrato l'uomo che ancora oggi è mio compagno di vita, con il valore aggiunto di una figlia di 10 anni. Nel 1998 decidiamo di tornare a vivere in Italia e da viaggiatori diventare persone che accolgono i viaggiatori.
Per quattro anni cerchiamo casa e ristrutturiamo una cascina con un sistema di bioedilizia ragionata ed economica, per far sapere anche ad altri che un sistema c'è per costruire in modo ecologico senza spendere cifre da capogiro. Iniziamo quindi a ospitare delle persone. Vi devo dire che in questi 5 anni ho avuto più soddisfazioni da persone che di «alternativo» non avevano nulla.
Le persone «normali» sono quelle che ci hanno dato amicizia, aiuto lavorativo e appoggio morale in momenti di difficoltà. Penso che la grande questione sia il fatto che l'Italia è un paese dove la gente è profondamente divisa. Chi si ritiene alternativo fa le punte a tutto ciò che c'è in giro. Le critiche verso gli altri sono dure, ma l'alternativo si ritiene davvero perfetto? Mi sono sempre ritenuta tale, ma ora questa parola l'ho cancellata dal mio vocabolario, mi causa una forte nausea. Solo chi è vegetariano ha capito tutto e segue il giusto percorso mentre gli altri sono tutti ignoranti?
Forse dopo aver vissuto in India, in una grande benefica anarchia dove tutto quello che c'è è visibile nel bene e nel male e la società è una grande famiglia dove non chiedi neppure «per favore» perché l'aiuto è già contemplato nell'esistere, tornare a vivere in Italia è davvero duro. Tutti sono contro tutti, e c'è uno Stato che sembra ritenerti solo una macchina per soldi. E ce ne vogliono davvero tanti per portare avanti progetti che contemplino l'ospitalità.
Trovo che ci sia una grande dissociazione tra il pensiero e l'azione. Come faccio a proteggere il bosco tanto declamato se le persone che ospito vogliono 30 gradi in marzo? Se tutti i giorni mi faccio due docce? Non giudico perché è solo l'esperienza diretta, quella che fai tu personalmente, che ti fa capire bene anche i limiti, e l'ignoranza è parte di tutti noi. Smettiamo una buona volta di giudicare e guardiamoci, accettando le nostre miserie e anche quelle degli altri! Pochi sono capaci di capire l'aspetto faticoso di vivere in un ambiente rurale, scaldarsi con la legna, seminare qualcosa per mangiare, guadagnare qualcosa per portare avanti i propri sogni.
Mi rendo conto che è davvero una grande utopia. Con l'assurda logica del tutti contro tutti, arranchiamo cercando nell'altro i punti deboli che riteniamo «non etici». Facciamo finta di non vedere quello che è stato fatto, oppure rimaniamo con la visione romantica di una determinata situazione. Per carità, esiste anche quell'aspetto, ma dietro molte realtà c'è anche un grosso lavoro e tanti sacrifici. Anche lo Stato spesso non mette nelle condizioni di lavorare, nonostante la grossa crisi. Per sistemare una cucina a norma ci vogliono parecchi soldi e dare da mangiare diventa problematico, purtroppo i sogni si fermano dove non arrivano i soldi. Non fanno la felicità? No, ma possono aiutarti a esserlo.
Articolo tratto dalla rubrica "Terra Nuova dei Lettori" che trovate su Terra Nuova - Giugno 2011 in vendita anche nella versione eBook.
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di F.G.