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17 Ottobre 2011

Banche, tv e black block: gli scogli degli indignati

L'ondata democratica si incaglia contro gli scogli del passato. Di fronte allo slancio di chi guarda oltre gli steccati dell'economia finanziaria, si frappone un nuovo fronte conservatore che unisce le cravatte alle spranghe dei violenti

Banche, tv e black block: gli scogli degli indignati

La pandemia democratica è dilagata in tutte le piazze del mondo, ma con molti distinguo che è bene analizzare. Sulle testate dei giornali di mezzo mondo ci si chiede se sia davvero cominciato un nuovo 68 in rivolta contro il capitalismo mondiale. Ci si chiede se sia partita la vera lotta contro la droga del debito pubblico che ingrassa le pance degli speculatori? In alcuni paesi si parla addirittura di rivolta contro le classi politiche conniventi con questo sistema, in una linea retta che unisce le piazze dell'Occidente a quelle del Nordafrica.

Il 15 ottobre però l'onda democratica ha trovato i suoi primi scogli.  In molte città lontane la piazza ha dimostrato maturità e le istituzioni non hanno intralciato le manifestazioni. In Italia purtroppo le cose sono andate diversamente. I governanti di questo Paese, che gli attivisti di tutto il mondo già conoscono per i sistemi repressivi di Genova, hanno dimostrato ancora di saper manipolare l'opinione pubblica inscenando la macchina del terrore. E così la manifestazione di sabato ha sortito l'effetto di scoraggiare il sentimento comune e diffuso di indignazione verso i diktat di banche centrali e speculatori. Il nostro è un problema politico, dicono. Agli occhi  critici del mondo siamo in preda ad un governo che non sa garantire l'ordine e la sicurezza di una manifestazione autorizzata e pacifica nella propria capitale, che non sa arginare "centinaia di professionisti dello sfascio" e che non impedisce loro di arrivare tranquillamente lungo il percorso annunciato della sfilata addirittura con "uniformi nere e maschere antigas". Nella giornata del 15 ottobre in nessun'altra capitale del mondo è successo qualcosa di simile. Diciamocelo apertamente: forse non siamo ancora abbastanza indignati! E un po' rincoglioniti.

Siamo nell'era di twitter, ma l'onda democratica non è ancora così fluida e diffusa in modo orizzontale. Esistono ancora troppe bende e troppi veli che oscurano una visione comune di questo nuovo movimento globale. In Paesi come Spagna, Grecia e Usa, dove la crisi si fa pressante sulla vita quotidiana, le proteste hanno dei contenuti forti che riescono a squarciare quello schermo televisivo, che in Italia è un vero e proprio paraocchi collettivo. Anche il movimento italiano rappresenta qualcosa di nuovo, ma purtroppo rischia di precipitare negli schemi del passato. E' tutta colpa dei cattivi, che sono al governo? Ci vorrà tanta autocoscienza e tanto tatticismo, che è difficile in un movimento senza strutture. Ma è una sfida che ci attende.

A ben vedere c'è anche un altro paese, in cui questa nuova coscienza non decolla, per motivi assai diversi. E' la Germania, un paese complice ed interessato alla stabilizzazione dei mercati finanziari, e che quindi più di ogni altro, come scrive il Tageszeitung berlinese, approfitta della crisi.
Ognuno ha i suoi problemi, c'è chi ha le banche, noi abbiamo i nostri black block, bamboccioni di mamma e papà. "Era importante che anche i black block andassero all'inferno" ha sbottato Nichi Vendola col suo lirismo incazzato. Ma è bene lasciare i discorsi dei politici seduti ormai da troppo tempo sulle poltrone, e ragionare orizzontalmente dentro i laboratori del movimento e della società civile. Perché ci lasciamo così facilmente strumentalizzare? Potremmo continuare a pensare ingenuamente al complotto, su orde di black block fascisti addestrati dalla polizia. Personalmente referisco parlare di complicità e la malafede del governo e di alcuni apparati distorti. Dobbiamo però riconoscere che la violenza è un fatto reale. E che è attinta da una fonte sempre più ampia e capillare che si infiltra nei nostri tessuti sociali. 

 La violenza non è radicale, la violenza è sempre conservatrice, frutto di un modello ancestrale da cui non riusciamo ancora a liberarci. Perché i focolai della violenza sono così accesi? Qual è oggi l'azione più radicale, la lotta violenta o la resistenza passiva? Perché non fare un po' di luce dentro i gruppi antagonisti, i centri sociali o le cellule anarchiche? 
Oggi giorno si rischia che parole come antagonismo e anarchia siano svuotate di senso, in un unico calderone che mette insieme pacifisti, indignati, politici di sinistra e movimentisti rischia di affondare confondendo i colori in un melange sbiadito. Ancora troppe identificazioni, ancora troppo attaccamento a poltrone, schemi, interessi, ideologie, modelli del passato. Ma di questo passo il movimento non decolla. Non facciamoci intrappolare e guardiamo all'aria fresca che arriva da Spagna e Stati Uniti. A Paesi come l'Islanda e l'Argentina che hanno affrontato la crisi guardandola negli occhi. A maestri come Gandhi che hanno fatto la rivoluzione con il boicottaggio e le marce pacifiche. È con la violenza che vogliamo rifiutarci di pagare il debito?

di Gabriele Bindi
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I vostri commenti
18 Ottobre 2011
Marco Mandelli
"Ottime considerazioni.
Ci sono responsabilità del governo ma anche del movimento (un servizio d'ordine più efficace).
"
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