La mamma va dal pediatra con la figlia e si sente di proporre un esame che si chiama «età ossea», una radiografia al polso che «misura» l'età biologica delle ossa. Sulla base del risultato di quell'esame, dice il pediatra, vedremo se indirizzare la bimba presso un centro specialistico per valutare un'eventuale pubertà precoce e di conseguenza un possibile trattamento terapeutico. È la segnalazione, giunta in redazione, di una mamma alla quale il pediatra ha proposto questo iter. La signora si è messa in allarme e si è posta alcune domande:
>> c'è dunque qualcosa che non va in mia figlia?
>> Ma è proprio necessario questo esame?
>> Non si tratta forse di una eccessiva medicalizzazione persino del momento naturale della crescita di una bambina?
A questi dubbi e perplessità si possono dare risposte valutando attentamente l'attendibilità dell'esame proposto e l'opportunità dei trattamenti successivi eventualmente ritenuti necessari.
Un esame grossolano
«Innanzi tutto occorre sottolineare come la misurazione dell'età ossea sia un esame importante ma piuttosto grossolano, che da solo non ha e non può avere assolutamente finalità diagnostiche, cioè non può essere usato come tale per fare diagnosi di alcun tipo» spiega il professor Amnon Cohen, direttore dell'unità operativa di pediatria dell'Ospedale San Paolo di Savona e anche presidente della sezione ligure della Società italiana di pediatria. Cohen è specializzato in endocrinologia e da anni si occupa di problemi di sviluppo puberale e di disturbi della crescita in età pediatrica. «Per verificare se una bambina possa presentare una pubertà precoce patologica o un effettivo ritardo di crescita» spiega Cohen «occorre effettuare analisi complesse e complete, ricostruire il quadro clinico e familiare e non basta certo effettuare solo un esame come quello dell'età ossea». Utile, anzi indispensabile, diventa invece un'anamnesi ed esame obiettivo completi, con una valutazione di tutti i possibili criteri che possono avere un'incidenza.