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10 Giugno 2008

Voglia di oscurità

Siamo nati nel buio del ventre materno ed è giunto il momento di riappropriarci di questa dimensione che ci portiamo dentro tutta la vita. Rinunciamo alla paura e passeggiamo nella notte, senza torcia, sotto un cielo stellato.

Facciamoci avvolgere dalle tenebre. Sentiamo l'adrenalina e cediamo all'ignoto, rinunciando al controllo. Forse scopriremo che la notte è tutt'altro che buia.
Mamma, ho paura del buio!». Quante volte lo abbiamo detto da piccoli e poi da grandi lo abbiamo sentito ripetere dai nostri figli. Ma questo terrore non appartiene solo ai bambini. L'oscurità non è la benvenuta nelle nostre vite. Infatti nell'uso comune usiamo tutti sinonimi poco lusinghieri e molto negativi per riferirci ad essa. Negli inferi domina il buio e chissà quali terribili atrocità si nascondono fra le pieghe della notte. Un fremito di paura ci percorre la schiena se pensiamo alle tenebre. Perché l'oscurità è un nemico.
Ci paralizza, nasconde orrori e stranezze. Fin da piccoli l'abbiamo tenuta lontana riempiendola di luce, considerandola l'origine degli incubi più cupi. Crescendo l'abbiamo bandita dalle nostre vite.
Non più angoli oscuri, pozzi neri, ambienti bui, solo luce, sfavillante luce a colmare ogni dubbio, ogni distanza, a riempire ogni spazio e dimensione.

Una triste rinuncia
Peccato davvero averci rinunciato. Perché l'oscurità contiene le stelle, i sogni, i sensi sopiti, la magia del mistero e una pace dimenticata, che culla l'animo. Peccato davvero averci rinunciato, perché al buio si vede meglio. Il nostro spirito si alimenta di oscurità e nell'oscurità trova la luce. Il buio limita e disegna la nostra realtà, le dà dimensione e spessore, consistenza e sostanza.
Immaginiamo un Caravaggio senza le sue ombre, le sue tenebre, i suoi effetti-notte, un Kant senza il suo cielo stellato sopra di lui a conclusione della sua «Critica alla ragion pratica» o un Foscolo senza la sua «fatal quiete», la sua cara sera, che sempre scende invocata.

Ma perché l'oscurità ci è così lontana e nemica?
La nostra visione della realtà è prettamente empirica: conosciamo il mondo circostante attraverso l'esperienza sensoriale, perciò solo ciò che viene percepito attraverso i sensi è reale e ha ragione d'esistere. A differenza di altre specie la nostra è dominata da un senso che prevale sugli altri, la vista, a cui noi affidiamo gran parte dell'interpretazione del mondo che ci circonda.
Come animali visivi possediamo la realtà principalmente vedendo, e solo successivamente ascoltando, toccando, odorando e gustando. Il nostro occhio, però, con i suoi circa 120 milioni di bastoncelli, non ci permette di avere un'acuta visione notturna, a differenza di altri animali, che percepiscono gli infrarossi e gli ultravioletti.
Immersi nel buio non possiamo sfruttare il principale dei nostri sensi, ci sentiamo perciò menomati e sopraffatti perché ciò che non vediamo sfugge al nostro controllo, non è dominabile e manipolabile. Questa sensazione di impotenza genera il rifiuto, la rabbia, la paura. E il sortilegio che sottrae ai nostri occhi la realtà non può che essere malvagio, diabolico, pericoloso e da sfuggire. Nasce così l'esigenza di illuminare tutto, di rimpossessarsi degli spazi e della realtà
grazie alla luce che permette il controllo sulle cose.

La versione completa dell'articolo "Voglia di oscurità" di Silvia Ricci è disponibile sul numero di Giugno di Terra Nuova.

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