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26 Novembre 2011

L'importanza del dolore

"Spesso, prima di sapere realmente cosa sia il calore naturale, dobbiamo fare esperienza di una perdita"... una riflessione intima e profonda di Pema Chödrön, tratta dal suo libro "Liberi dalle vecchie abitudini".

Liberi dalle vecchie abitudini
di Pema Chödrön
Terra Nuova Edizioni
cod. EA065 - pp. 160 - € 12,00
(per gli abbonati € 10,80)

ANTEPRIMA




Per anni passiamo le nostre giornate spinti dall'abitudine, dando la vita per scontata. Poi, noi o qualcuno che ci è caro ha un incidente o una grave malattia, ed è come se ci togliessimo la benda dagli occhi. Vediamo la mancanza di significato di gran parte di quello che facciamo e il vuoto di quello a cui ci attacchiamo. Quando mia madre morì e mi fu chiesto di fare una cernita dei suoi oggetti, questa consapevolezza mi colpì profondamente. Aveva conservato gelosamente diverse scatole di carte e ninnoli, oggetti che si era sempre portata con sé, nel corso di vari traslochi in alloggi sempre più piccoli. Per lei rappresentavano sicurezza e conforto e non era riuscita a liberarsene. Ora erano solo scatole di cose, cose senza significato e non rappresentavano per nessuno una fonte di conforto o di sicurezza. Per me non erano che oggetti vuoti, tuttavia lei vi era stata attaccata. Sentivo una grande tristezza e il bisogno di riflettere. Da quel momento, non riuscii più a vedere i miei oggetti nello stesso modo. Avevo capito che le cose sono solo quello che sono, né preziose né senza valore, e che tutte le definizioni, tutte le idee e opinioni su di esse sono arbitrarie.

Questa è un'esperienza di svelamento del nostro innato calore. La perdita di mia madre e il dolore di vedere con tanta chiarezza come noi imponiamo al mondo giudizi e valori, pregiudizi, predilezioni e rifiuti, mi fece sentire una profonda compassione per la nostra comune difficile condizione. Mi ricordo che spiegavo a me stessa che l'intero mondo consiste di persone esattamente come me, che fanno molto rumore per nulla e ne soffrono terribilmente. Quando finì il mio secondo matrimonio, assaporai la crudezza del dolore, l'estrema sensazione d'inconsistenza della sofferenza, e tutti gli scudi protettivi che ero sempre riuscita a tenere in piedi andarono a pezzi. Con mia grande sorpresa, insieme al dolore provai anche una genuina tenerezza per gli altri. Ricordo la completa apertura e dolcezza che sentivo per chi incontravo un attimo nell'ufficio postale o nel negozio di alimentari. Mi ritrovai ad avvicinare le persone che incontravo come miei pari, totalmente vive, totalmente capaci di grettezza come di gentilezza, di inciampare, di cadere e di rimettersi di nuovo in piedi. Non avevo mai vissuto prima tanta intimità con persone sconosciute. Potevo guardare negli occhi dei commessi o dei meccanici, dei mendicanti e dei bambini e sentire la nostra uguaglianza.

Quando il mio cuore andò a pezzi, emersero spontaneamente le qualità del calore naturale, come la gentilezza, l'empatia, l'apprezzamento. Mi hanno raccontato che per alcune settimane successe la stessa cosa a New York dopo l'11 settembre. Quando il mondo come lo conoscevamo crollò, l'intera città fu piena di persone che si cercavano, si prendevano cura gli uni degli altri e non avevano paura di guardarsi negli occhi. È piuttosto comune nei momenti di crisi e di dolore che le persone entrino in contatto con la loro capacità di amare e di prendersi cura. È altrettanto comune che questa apertura e compassione svaniscano rapidamente, e che le persone tornino spaven-tate, guardinghe e chiuse anche più di prima. La questione dunque non è solo come mettere a nudo la nostra fondamentale tenerezza e calore, ma anche come convivere con il fragile e spesso agrodolce senso di vulnerabilità. Come rilassarsi e aprirsi all'incertezza?

La prima volta che incontrai Dzigar Kongtrül, mi parlò dell'importanza del dolore. Era vissuto e aveva insegnato in Nord America per più di dieci anni e aveva compreso che i suoi studenti prendevano gli insegnamenti e le pratiche molto superficialmente finché non sperimentavano una sofferenza che non potevano scrollarsi di dosso. Gli insegnamenti buddhisti erano solo un passatempo, qualcosa con cui intrattenersi o rilassarsi, ma quando la loro vita andava a pezzi, gli insegnamenti e le pratiche diventavano essenziali come il cibo o le medicine. Il calore naturale che emerge quando sperimentiamo il dolore include tutte le qualità del cuore: amore, compassione, gratitudine, tenerezza in tutte le loro forme. Include anche la solitudine, la tristezza e l'instabilità della paura. Prima che queste sensazioni di vulnerabilità si solidifichino, prima che faccia irruzione il nostro copione, queste sensazioni generalmente indesiderate sono imbevute di gentilezza, apertura, sollecitudine. Queste emozioni, che siamo diventati tanto abili a evitare, possono ammorbidirci, trasformarci. L'apertura di cuore del calore naturale talvolta è piacevole, talvolta spiacevole, talvolta è un "Lo voglio, mi piace", talvolta tutto l'opposto. La pratica consiste nell'addestrarsi a non fuggire in maniera meccanica da quella scomoda tenerezza che sorge in questi casi. Col tempo, riusciamo ad accoglierla come faremmo con la confortante tenerezza della gentilezza amorevole e dell'apprezzamento autentico.

Quando una persona fa qualcosa che solleva sensazioni indesiderate, cosa vi accade? Vi aprite o vi chiudete? Di solito, involontariamente ci chiudiamo, ma senza un copione che aumenti il disagio abbiamo ancora facile accesso al nostro cuore autentico. Proprio in quel momento, possiamo riconoscere che ci chiudiamo e lasciare un intervallo, uno spazio perché possa avvenire il cambiamento. Nel suo libro, My stroke of Insight, Jill Bolte Taylor afferma che è scientificamente provato che la durata di una qualsiasi emozione è solo di un minuto e mezzo. Dopodiché, siamo noi a rianimare l'emozione e a farla di nuovo circolare. Quello che accade abitualmente è che noi automaticamente la riportiamo in vita nutrendola con i pensieri e con l'idea che la causa del nostro disagio sia quella certa persona. E ce la prendiamo con quella persona, o con qualcun altro, tutto perché non vogliamo avvicinarci alla spiacevolezza di quello che sentiamo. È una vecchissima abitudine, capace di oscurare il nostro calore naturale così tanto che persone come voi e me, che conoscono l'empatia e la comprensione, diventano tanto torbide da farsi male a vicenda. Quando odiamo quelli che attivano le nostre paure e insicurezze, che ci fanno emergere sensazioni indesiderate, e li vediamo come l'unica causa del nostro disagio, li disumanizziamo, li sminuiamo e li oltraggiamo.

Una volta compreso questo, mi sono sentita fortemente motivata, come pratica, a fare l'opposto. Non ci sono sempre riuscita, ma anno dopo anno mi sono sentita più sicura e a mio agio col lasciar cadere il copione e fidarmi della capacità di essere presente e ricettiva verso gli altri.


Testo tratto da pagina 111 e seguenti del testo.



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