Lo stop alle acciaierie era un fatto dovuto. Finiamola con il ricatto del lavoro e con lo svilimento dell'essere umano. Niente sconti alla megamacchina!
Oggi sono un ambientalista isterico. Di quelli che l'Ilva di Taranto l'avrebbe fatta chiudere da un pezzo. Ciò nonostante penso alle famiglie di Taranto che adesso si ritrovano in difficoltà e temono di perdere ciò che per anni è stata la loro principale risorsa di ricchezza. Queste famiglie oggi mi assomigliano ai profughi di guerra, ai condannati scappati dai lager.
Perché quella di Taranto è una guerra, e l'Ilva assomiglia a un campo di concentramento. Undicimilacinquecento persone costrette a respirare gas tossici e una città assediata da un tipo di industria che assomiglia più al lontano modello cinese, che a quello di un'industria europea.
I sindacati adesso parlano di difesa del lavoro ad oltranza (e cos'altro potevano dire del resto?). Eppure una domanda per loro ce l'ho: cosa hanno fatto in tutti questi anni per difendere le condizioni di vita degli operai e delle loro famiglie? Possono bastare gli scatti di stipendio, le ferie pagate, le tredicesime, per difendere i diritti del lavoratori? E gli operai sono contenti così, non debbono esigere a gran forza qualcosa di migliore?
Il caso Ilva sembra riproporre una scelta di campo rischiosa. Cosa è che bisogna difendere ad oltranza il lavoro o la salute dei cittadini? Di fronte al sequestro degli impianti dell'Ilva si ripresenta la vecchia dicotomia tra ambiente e lavoro, sindacati e comitati cittadini. Un conflitto che sembra implodere anche nel partito che più di ogni altro, almeno nella definizione linguistica, ha cercato di incollare la tradizione politica marxista con l'ambientalismo: il SEL. E così ieri abbiamo sentito Vendola, che si trova nella scomoda posizione di governatore, improvvisare un discorso vagamente democristiano. "Bisogna opporsi all'industrialismo cieco" ha detto "ma anche a un ambientalismo fondamentalista e isterico". Ma di quale isterismo sta parlando? Come si può continuare a procedere con gli occhi bendati di fronte ai casi di morte e di malattia? Ha ancora senso il lavoro per il lavoro? Il salario per servire la megamacchina distruttrice?
Il problema è uno dei nodi italiani da risolvere: con il solito ricatto del lavoro si tengono in piedi dei baracconi che impoveriscono il territorio, che non riescono a stare sul mercato e che prima o poi saltano in aria lasciando tutti a piedi. O perché causano stragi, scavandoci la terra sotto i piedi, o perché muoiono di morte naturale. E così dalle mie parti nel nome di qualche centinaia di operai si distruggono montagne per cavare dei marmi pregiati, che vengono regolarmente polverizzati in carbonato di calcio, per fare dentifrici o tutt'al più per incollar piastrelle. E c'è la più alta percentuale di tumori al polmone della Toscanal. A tutto questo bisogna dire basta, anche i nome dei nostri nonni che lavorarono per il pezzo di pane e guadagnarono i primi diritti sindacali.
Allora a tutti i sindacalisti, agli ex comunisti, ai marxisti, trozkisti, utopisti vari dico questo: tutto questo deve finire. Ripensiamo un altro modello di economia, in cui il lavoro non sia più una condanna, un mondo in cui la ricchezza sia condivisa, i soprusi finiscano davvero e la natura venga rispettata. Altrimenti non sopravviveremo! O vivremo una vita indegna.
Il connubio un po' rabberciato tra operaismo e ambiente alla Vendola era bello e seducente, e confesso di averci creduto anch'io. Ma oggi quel modello è andato a sbattere sulle acciaierie di Taranto, un caso più che simbolico della cattiva industria made in Italy. E così tra ambiente e lavoro è di nuovo scissione.
Ora dico che i sigilli per disastro ambientale colposo sono più che motivati. A Taranto si respira l'aria più inquinata d'Italia, con un livello di mortalità infantile sopra la norma. La perizia realizzata per conto della magistratura ha rilevato almeno 91 decessi attribuibili alle concentrazioni elevate di polveri sottili pm10 immesse dall'Ilva.
E ogni anno si contano centinaia di ricoveri per malattie respiratorie e per malattie cardiache.Gli operai, le loro famiglie e tutti gli altri cittadini sono costretti a respirare quantità elevate di polveri, idrocarburi aromatici policiclici (IPA, tra i quali il benZo(a)pirene, rame, piombo, cadmio, Zinco ed altri metalli, anidride solforosa (SO2), monossido di carbonio (CO), ossidi di azoto (NOX), composti organici Volatili (VOC), e diossine. Tutto questo non è tollerabile.
Se 11.500 persone rimangono temporaneamente senza lavoro l'industria deve indennizzarli, bonificare gli impianti e riprendere a funzionare, sempre che sia in grado di farlo. Altrimenti deve essere velocemente espropriata e riconvertita. Il lager doveva essere chiuso.
Esprimo pieno incoraggiamento e la solidarietà va al gip di Taranto Patrizia Todisco. Alla politica spetta invece il compito di sostenere e risolvere il drammatico risvolto sociale della vicenda. E a tutti noi quello di trovare altri modi per vivere una vita dignitosa.