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26 Agosto 2009

Che cos'è la permacultura?

La pubblicazione del volume «Introduzione alla permacultura» è una buona occasione per tornare a parlare di questa disciplina radicalmente interdisciplinare, ancora poco conosciuta e praticata in Italia.

Che cos’è la permacultura?
Introduzione alla Permacultura
di Bill Mollison e Reny Mia Slay
pp. 240 - € 20.00
(prezzo per gli abbonati € 18.00)



Nonostante la sua ideazione da parte di Bill Mollison e David Holmgren risalga ormai a più di trent'anni fa. La permacultura approda ufficialmente in Italia nel settembre del 2000, quando su invito dell'Associazione Torri Superiore, due insegnanti dell'Accademia spagnola di permacultura hanno tenuto il primo corso. Da allora, numerose realtà italiane hanno avviato progetti di permacultura insieme ad agronomi e progettisti che ne hanno studiato i principi e le applicazioni.

Del significato della permacultura e della sua diffusione in Italia abbiamo parlato con Massimo Candela, una delle figure di spicco di questa disciplina in Italia.

D: Puoi spiegare in poche parole che cos'è la permacultura?
R: La permacultura si può definire come un sistema di progettazione per insediamenti umani ecosostenibili, fondati sulla centralità dell'agricoltura e su un'attenzione particolare al territorio. Si può definire anche come ecologia applicata, i cui principi di riferimento sono estrapolati dall'osservazione della natura. A monte di questa osservazione c'è una domanda precisa: come fanno i cicli naturali a ripetersi instancabilmente nel tempo? In che modo la fertilità di un bosco o di un pascolo naturale si rinnova automaticamente senza bisogno della distribuzione di concimi, lavorazioni e altri interventi colturali? Da questa osservazione, Bill Mollison e David Holmgren hanno ricavato i principi di base della permacultura, termine che nasce dalla fusione di «permanent» e «agricolture», a significare l'importanza di passare da un modello agricolo basato in gran parte su colture annuali energivore a uno schema che invece, su esempio degli ecosistemi naturali, punta alla creazione di colture pluriennali caratterizzati da bassi consumi di energia fossile e impiego ridotto di lavoro umano.

D: Questo vuol dire che la permacultura è uno strumento utile solo per chi vive in campagna o ha la possibilità di progettare ex-novo un'azienda agricola o un ecovillaggio?
R: Per chi non ha un'azienda agricola o non è un progettista, la permacultura rappresenta ugualmente un grande stimolo per imparare a leggere e comprendere il proprio territorio. Sicuramente chi vive in campagna ha più possibilità di mettere in pratica sistemi di auto-produzione, però la permacultura significa anche ricerca di relazioni utili. Chi vive in città per esempio può cominciare a tessere relazioni con chi, subito a ridosso della cintura urbana, svolge una qualche attività agricola. Oppure può prendere contatto con un gruppo d'acquisto solidale per sostenere qualche piccolo agricoltore locale. Senza parlare dei vari esperimenti di permacultura urbana.

D: Leggendo un libro di grande respiro come Introduzione alla permacultura si ha la sensazione di parlare di idee facilmente realizzabili in paesi come l'Australia, caratterizzati da grandi spazi e pochi vincoli legislativi, ma difficili da applicare in Italia, dove la terra disponibile è poca e molto costosa, e i vincoli normativi sono rigidissimi...
R:
È ovvio: il libro è stato scritto in Australia, quindi va contestualizzato, ma è anche vero che l'Australia non è Marte. Anche lì esistono zone climatiche molto simili alle nostre. D'altra parte, prima di arrivare veramente a scontrarsi con le rigidità normative del nostro paese si possono fare diverse cose. Prima di arrendersi, si deve cercare di capire come porsi davanti a questi limiti in un territorio che è ovviamente diverso da quello australiano. Si può iniziare con piccole cose. Per esempio si può sostenere la cultura dei piccoli orti domestici che in Italia è diffusa, ma oramai gestita quasi esclusivamente da anziani; si può lavorare per mettere in discussione quelli che sono i principi estetici che hanno portato all'affermazione del concetto di «villetta» completamente slegato dal punto di vista architettonico e colturale con il territorio circostante; sostituendo il principio estetico del prato all'inglese con quello più mediterraneo dell'orto e del piccolo frutteto, magari affiancato dall'allevamento domestico di qualche animale da cortile. Chi conduce un'azienda agricola può iniziare a introdurre gradualmente delle pratiche permaculturali a partire dalle aree marginali e cominciare a fare della sperimentazione. È vero che in Italia esistono numerosi vincoli agricoli e urbanistici ma è anche vero che, per fare un esempio, l'associazione Il Basilico ha visto riconosciuta dall'amministrazione locale la validità di un edificio di balle di paglia realizzato in una zona soggetta a forti vincoli paesaggistici. Insomma, prima di parlare di limiti normativi è importante superare i vincoli mentali e culturali presenti in ognuno di noi.

D: Uno degli scopi della permacultura è quello di ridurre al minimo i consumi idrici ed energetici. Una scelta che oggi, in tempi di mutamenti climatici, diventa quasi obbligata...
R:
Da questo punto di vista la permacultura ha saputo vedere lontano. Nei prossimi anni, soprattutto in paesi a clima temperato come l'Italia, ci si dovrà misurare con una progressiva riduzione della disponibilità di acqua. In questo quadro, tutte le pratiche offerte dalla permacultura per immagazzinare la pioggia nel terreno e ottimizzare il consumo dell'acqua per scopi irrigui assumono grande importanza. Analogamente, la scelta di ridurre al minimo le lavorazioni si traduce in una drastica diminuzione della dipendenza dal petrolio.

D: Qual è oggi la diffusione della permacultura in Italia?
R:
Sul sito dell'Accademia italiana di permacultura (www.permacultu-ra.it) è possibile consultare l'elenco delle realtà che in Italia hanno avviato progetti di permacultura. Tra le esperienze più interessanti, sono da segnalare l'azienda agricola Terra e Acqua a San Giuliano Milanese (Mi), Saviana Parodi dell'agriturismo Zebrafarm in località Casevecchie a Castelgiorgio (Orvieto), Barbara Garofoli ed Ettore Teruzzi dell'azienda agricola Acquasanta a Moiano di Città della Pieve (Pg) e Fabio Pinzi, ad Abbadia S. Salvatore (Si), il cui podere è stato premiato negli ultimi anni dall'Aiab. Ovviamente non si tratta di modelli perfetti, dove la permacultura è applicata dalla A alla Z, ma si tratta comunque di esperienze molto interessanti.
Per esempio in BioAmiata, un podere di circa 150 ettari, Fabio Pinzi ha introdotto la raccolta delle acque di ruscellamento delle strade interpoderali, convogliandole in dei fossati le cui sponde sono state messe a coltivazione. In questo modo da una parte è diminuita l'erosione del terreno, dall'altra si è ridotta drasticamente la quantità dei mangimi acquistati fuori dall'azienda.


D: Come si diventa esperti di permacultura?
R: Esiste un percorso formativo, attivo oramai in diversi paesi, basato su un corso standard di 72 ore. Dopo il corso, chi è interessato a continuare la formazione viene affidato a un tutor e lavora a un progetto che una volta approvato dalla commissione di accreditamento dà luogo al rilascio del diploma. Finora in Italia si sono diplomati in nove. Gli ultimi due sono Fabio Pinzi, che ha presentato un progetto di applicazione pratica dei principi di permacultura nella propria azienda, e l'architetto Maria Luisa Bisognin, che sta portando avanti una ricerca molto interessante sull'utilizzo della canapa in edilizia in collaborazione con l'Università di Firenze.

D: Quali prospettive di lavoro vi sono per i diplomati in permacultura?
R:
Una strada è lavorare come progettisti: in alcuni paesi la permacultura è stata riconosciuta, diventando materia di corso universitario. L'altra, la più comune in Italia, è il lavoro di base, ovvero portare fuori dalla cerchia ristretta la permacultura e formare più persone possibile per creare rete e sostenere la comunità permaculturale. Mentre negli Stati Uniti e in altri paesi del nord del mondo la permacultura è diventata materia d'insegnamento, nel sud del mondo viene vista come una soluzione per rivitalizzare i villaggi e frenare l'esodo nelle grandi metropoli.


Articolo tratto da Terra Nuova - Maggio 2007

di F.G.
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