C'è un miliardo di persone che soffre la fame o non può permettersi un pasto regolare. Ma chi si occupa di finanza ha gli occhi bendati, e chi investe dei soldi in borsa potrebbe anche non sapere di contribuire alle speculazioni sulla fame. I derivati sui prodotti agricoli, infatti, sono diventati sempre più attraenti per gli investitori, e i prezzi dei cereali e degli altri alimenti primari sono andati alle stelle.
Cibo e sommosse
Già nel 2008 il Pianeta aveva attraversato una crisi devastante, con un aumento improvviso dei prezzi di riso, grano e mais. In 25 paesi esplosero delle sommosse legate al cibo, e ora più di 100 milioni di persone si sono aggiunte all'elenco di quelle malnutrite o sottonutrite. La lezione però non è servita, e adesso la situazione sembra ancora più drammatica. Purtroppo la verità si conosce solo un po' per volta. Lo scorso settembre gli esperti di oltre 75 paesi membri della Fao dichiaravano che «non vi sono indicazioni che suggeriscano una crisi alimentare mondiale imminente». Dopo un mese la stessa organizzazione lanciava il primo segnale d'allarme, rendendo noto che i prezzi dei prodotti alimentari avevano toccato livelli record.
All'inizio del 2011 le preoccupazioni si sono fatte improvvisamente più serie: «esiste il rischio concreto di una crisi alimentare globale» ha affermato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, smentendo le previsioni di appena tre mesi prima. «A rischio crisi sono soprattutto i paesi africani». Puntualmente, dopo alcuni giorni crollava il regime tunisino e scoppiava la rivoluzione in Egitto, il più grande importatore di grano del mondo intero (l'Italia è al quarto posto).
L'aumento del prezzo del pane è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Tenere la barca pari, per molti paesi che non producono beni alimentari a sufficienza e non hanno garanzie sull'equa distribuzione delle risorse, è diventato sempre più difficile. Ma per adesso possiamo ritenerci fortunati. Lo sottolinea Luca Chinotti, esperto di politiche agricole di Oxfam Italia: «I buoni raccolti in alcuni paesi poveri stanno compensando gli effetti del rincaro internazionale.
Se i prezzi rimangono elevati, però, in pochi mesi milioni di persone saranno colpite da un'altra grande crisi. I poveri nei paesi in via di sviluppo spendono fino all'80% del loro reddito in cibo. Gli alti prezzi alimentari li costringono a svendere la loro terra o a sacrificare l'istruzione dei loro figli semplicemente per mettere del cibo in tavola».
Sulla crisi alimentare pesa la riduzione potenziale dell'offerta della Russia, il primo esportatore mondiale di grano. L'ondata di caldo dello scorso luglio, infatti, ha provocato danni incalcolabili e un notevole calo della produzione. Nel momento in cui scriviamo, anche le notizie dalla Cina sono poco confortanti: la grave siccità che ha colpito il nord del paese potrebbe mettere a rischio il raccolto di grano e altri cereali.
I cambiamenti climatici, sommati alla crescita della domanda dei paesi emergenti, fanno schizzare i prezzi verso l'alto. Ma ad influire pesantemente su queste dinamiche sono proprio le speculazioni finanziarie sulle materie prime alimentari, a cui diverse organizzazioni internazionali chiedono con un appello di porre fine attraverso misure concrete di stabilizzazione dei prezzi.
Come ci spiega Elisa Dolci di Altromercato: «Il meccanismo segue una logica spietata: nei periodi di crisi e di incertezza dei mercati finanziari, gli investitori si rifugiano nelle commodity alimentari, causando degli aumenti improvvisi dei prezzi del cibo». Oltre ai disagi per la popolazione mondiale, viene creato un forte scompiglio tra i contadini, che non possono prevedere da un mese all'altro a quale prezzo potranno vendere i propri prodotti.
L'appello internazionale e le pressioni di una fetta sempre più larga della società potrebbero favorire la nascita di riforme utili a stabilizzare i prezzi del cibo. Tanto più che i governi del G20 hanno già identificato tale obiettivo come una massima priorità. Purtroppo sullo scenario internazionale si osservano delle forti pressioni dell'industria finanziaria per inibire l'azione dei governi.
Equo vuol dire garanzia
Nel frattempo sappiamo che la filiera corta, come il commercio equo e solidale, offre maggiori garanzie nel campo della sovranità alimentare. Le esportazioni di beni come tè o caffè permettono di sostenere le produzioni agricole destinate al mercato locale, per far sì che i contadini non abbandonino i piccoli appezzamenti di terra, ricchi di biodiversità e capaci di nutrire, su scala locale, un numero più elevato di persone.
Articolo tratto da
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